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Quel che segue è la traccia del mio intervento al webinar del 25 Novembre “Le crisi adottive: il post-adozione e il lavoro di rete” organizzato dalla Commissione Adozioni Internazionali e dall’Istituto degli Innocenti all’interno della formazione dedicata ai giudici togati ed onorari dei Tribunali dei Minorenni.


Preparare questo incontro per me ha significato ripensare alla mia esperienza, maturata nell’ambito dell’associazionismo familiare e pensare all’esperienza maturata dai tanti volontari delle singole associazioni che conosco e frequento. Per questo, in questi giorni, ho chiesto un ulteriore confronto con le associazioni del Coordinamento CARE e ho posto loro queste due domande: Chi sono le famiglie in crisi che incontrate e cosa chiedono, cosa gli manca? Cosa sentite, se lo sentite, di stare facendo in materia di “fare fronte” alle richieste di sostegno?

Spero oggi di riuscire a portare, con la mia voce, le voci di tanti altri.

Chi sono le famiglie in crisi che si rivolgono alle associazioni familiari?

Quando una famiglia in crisi chiama un’associazione familiare trova, prima di tutto, una volontaria, un volontario, genitori anche loro, che ascoltano.

Naturalmente possono attraversare momenti di crisi anche le famiglie che partecipano alla vita delle associazioni, capita, eccome se capita. In questo caso possono accadere due cose. La famiglia può tendere ad allontanarsi repentinamente o progressivamente (perché sente il proprio vissuto troppo differente da quello di chi gli è vicino, perché teme o avverte un giudizio sotto-traccia, perché sente “vergogna”…) oppure, al contrario, la famiglia riesce a trovare, proprio grazie alla sua quotidianità associativa, una rete in grado di “aiutarla a chiedere aiuto”. La prima situazione è la più critica e su questo si attivano le sensazioni di difficoltà e impotenza di tante associazioni.

Se non si tratta di una famiglia che già frequenta l’associazione, arriva ad un primo contatto o per ricerca personale o su indicazione di altri. Devo sottolineare che più di un’associazione mi ha segnalato episodi in cui sono stati i servizi territoriali stessi a inviare le famiglie alle associazioni, non attivando, però, contestualmente un progetto per le famiglie stesse. Comprendendo bene i motivi per cui tutto ciò possa accadere (troppo si è disinvestito dal servizio pubblico, troppo poco si è investito a suo sostegno), in questi casi prevale una forte sensazione di “delega” senza paracadute, di disinvestimento del sociale e, in conclusione, di solitudine dei genitori in crisi e dei volontari che li accolgono.

Quando le famiglie chiamano per un primo contatto, spesso, all’inizio, si tratta di telefonate, lunghe telefonate, piene della silente attenzione di chi ascolta. Poi, dopo, quando il primo contatto funziona, ci si incontra. E da li si comincia.

Vorrei fermarmi prima di tutto alle telefonate, alle parole di chi chiama.

A casa mia non trovi più un coltello, quelli grandi intendo. Sono tutti nascosti in posti poco raggiungibili. Quando perde il controllo li brandisce e ho paura che si faccia male, che ci faccia male. A volte ho paura anche di notte.

Ho trovato modo di tracciare dove va, e so che giri fa. Sono giri sempre più larghi, case che non conosce, posti che non conosce. So cosa va a fare, cosa porta. Poi a casa ha sempre un sacco di soldi. Da dove possono venire, d’altra parte?

Sta via ogni sera, finisce in giri che mi terrorizzano. Ti rendi conto, ha 14 anni e sta fuori con quel suo ragazzo che non vale niente. L’ho trovata a dormire in stazione.

Questa vita è impossibile. Noi non possiamo fare fronte. Dopo tante cose fatte e tutte fallite, tutte che non funzionano, bisogna cercare altro.

Sono parole intrise di angoscia, di ansia, di rabbia, di disperazione. Quella sensazione di mancanza di una via di uscita. Di non sapere a chi chiedere, perché “non si sa realmente a chi chiedere aiuto”. 

Le famiglie, quando contattano un’associazione, a volte, non sanno bene che aiuto cercare, ma il più delle volte lo hanno già cercato nel pubblico e nel privato. Qualcosa per loro non ha funzionato. O forse qualcosa è addirittura, ai loro occhi, peggiorato in percorsi che finiscono per assomigliarsi troppo (ricoveri, diagnosi psichiatriche, centri diurni, comunità educative o terapeutiche, Tribunale, Servizi …). Si passa attraverso più percorsi, talvolta conflittualmente, senza trovare una via di uscita da un tunnel che appare interminabile.

Al centro della richiesta di aiuto sono: “questi figli”. Figli che non si comprendono, non si riconoscono, non si ritrovano. Che rubano, fuggono, spintonano, incendiano. Figli che si fanno del male. Che fanno del male. Figli che spacciano, che se ne vanno, che esplodono in crisi che spaventano. Figli adottati. L’adozione è davvero una protagonista ingombrante nei tempi della crisi, riempie fin troppo una scena che avrebbe invece bisogno di spazi.

Spazi in cui poter stare senza urtarsi troppo, tenendosi d’occhio, in famiglia, senza sopraffarsi, avvalendosi di una distanza che permette un’autentica vicinanza, almeno di tanto in tanto.

L’adozione dà fin troppe risposte ovvie sul perché le cose stiano andando in una certa maniera e rischia di offuscare dettagli sostanziali, importanti, che hanno a che fare con il presente e non solo con il passato, dettagli che, se visti, aiuterebbero a comprendere e trasformare.

Dà risposte ai genitori, ma anche, a chi delle famiglie si occupa. Spesso, in effetti, si investono troppe energie nella ricerca di una risposta che soddisfi i nostri sensi di colpa (e per nostri intendo di noi adulti, genitori, operatori del sociale, volontari). A seconda dei paradigmi scelti i colpevoli sono i bambini troppo danneggiati, le coppie troppo incapaci, i servizi e gli enti incompetenti, gli operatori impreparati, le istituzioni assenti. Questo è il leitmotiv delle crisi. E in questo leitmotiv si perde una grande occasione, quella di cogliere nella crisi l’opportunità di possibili cambiamenti.

Il passato sembra, allora, davvero padroneggiare la scena, un passato danneggiato e quindi percepito come privo di risorse (ma è davvero così?), un passato vendicativo e che chiede indietro “il conto”.  Come se fosse davvero possibile che il tempo trascorso dai figli “prima” dell’adozione possa essere, anche dopo tanti anni, avulso dal tempo dei genitori, alieno ed estraneo. In discontinuità con il tempo della famiglia.

L’adozione, in questi casi, ingombra e spaventa. Allontana gli uni dagli altri. Ricorda che si è genitori e figli infatti, ma per decisione giuridica. Non ci si somiglia.

Cosa può fare un’associazione familiare?

La paura che si genera attraverso lo sguardo ha il potere di far ammalare: un potere più grande delle parole stesse, perché le parole si possono discutere, mentre è difficile parlare dello sguardo.( Jorge Badaracco)

Quando ci si incontra, quando ascoltiamo di persona, il nostro corpo e il nostro sguardo non mentono. Li ci giochiamo, da volontari, la possibilità di “stare accanto”, di trasmettere che, forse, un aiuto lo si può cercare e trovare.

Questo, infatti è quello che si può dare, la propria presenza e quella della propria rete stando accanto come persone, mettendo a disposizione la pluralità di interventi associativi attivati e attivabili e la rete sociale costruita. Nulla di più e nulla di meno. Certamente molte volte non è sufficiente ma chi sente la propria famiglia “in crisi”, “in bilico”, chi sente di star perdendo la propria famiglia, può, comunque vada, aver bisogno anche di questo.

Lo strumento di lavoro essenziale delle associazioni familiari è il gruppo mutuo aiuto: gruppi per coppie in attesa,gruppi per famiglie neo-formate (indipendentemente dall’età di arrivo), gruppi per famiglie con figli nella prima infanzia, con figli entro la pre-adolescenza, con figli adolescenti, gruppi generici non divisi per età dei figli, gruppi per famiglie con figli giovani adulti, gruppi di ragazzi.

Si tratta di gruppi in cui sempre i volontari sono coinvolti ma che si avvalgono della conduzione di operatori e operatrici di differenti professionalità.

Questi gruppi vengono messi a disposizione, ma non meno importante è la rete che viene messa a disposizione agevolando l’incontro fra famiglie, la possibilità di ritrovare in altri esperienze simili ma magari già un passo più in là, già oltre, come anche la possibile conoscenza di progetti di sostegno e di professionisti pubblici e privati.

Che cosa è l’Associazionismo Familiare?

Le associazioni di famiglie adottive sono una realtà piuttosto diffusa sul territorio nazionale. Pur appartenendo tutte al terzo settore, possono essere a carattere locale o nazionale e avere varie forme giuridiche. Fattore comune di tutte, però, è che costituiscono una dimensione dove la famiglia adottiva è contemporaneamente utente e protagonista, condivide vissuti ed esperienze, riceve e dà aiuto. Le coppie arrivano nelle associazioni perché trovano risposta ad alcuni bisogni, ma, entrando in una rete di relazioni, diventano compartecipi e fortemente coinvolte, consapevoli delle azioni di sostegno che attuano per le proprie famiglie, propense ad attivarsi anche per altre famiglie.

Prendendo in prestito le parole di Elisabetta Carrà al Convegno per il decennale del Coordinamento CARE: Le associazioni, fanno parte dei corpi intermedi, di uno spazio che non è né pubblico, né privato, dove si costruisce bene comune. Sono organismi che nascono in modo naturale, sotto la spinta del fatto che il benessere individuale passa per le relazioni.

Immaginiamo le associazioni quindi come complessi e differenti ecosistemi dove le famiglie possono praticare relazioni da cui trarre sostegno e da cui possono partire rafforzate nel rapporto con gli altri ecosistemi.

Non si è soli, infatti. Non si pensa da soli. Si è in grado di ripensare meglio a ciò di cui si ha bisogno. Si diventa in grado di fare proposte non solo per sé stessi, ma assieme ad altri.

Pensare assieme nei gruppi …

Nei gruppi per le coppie neoformate chi ha adottato un preadolescente può trovare un rispecchiamento in chi ha adottato un neonato scoprendo come il non verbale sia essenziale nella comunicazione con i figli di qualsiasi età, scoprendo come ci si possa dire esausti, affaticati, incerti in entrambe le situazioni spostando così dal “come sono i figli” al “come stiamo noi”.

Pensare assieme nella società …

Gli oratori che mi hanno preceduto hanno citato la Scuola, la scuola come sintomo e cartina tornasole, la scuola come palcoscenico di fallimento o di cambiamento, come dannazione e come risorsa.

Sovente, quando le scuole sollevano criticità, lo fanno innescando una richiesta sul “sostegno” e quindi portando le famiglie ad attivarsi sul versante diagnostico. Sebbene sia noto che una percentuale dei bambini adottati mostra oggettive difficoltà (nell’area dell’apprendimento e della gestione delle emozioni ad esempio), tuttavia è altrettanto oggettivo che gli insegnanti abbiano, ormai, davvero pochi strumenti per fronteggiarle. Siamo quindi davanti a molteplici bisogni in presenza di una monca risposta “di sistema”. E’ possibile che i bambini abbiano difficoltà effettive ed è possibile che serva l’insegnante di sostegno, ma non sempre è così. Talvolta, a fronte dei complessi bisogni dei bambini e delle bambine con una storia di adozione, l’urgenza sembra invadere la scena quando, invece, prima di tutto serve tempo. Serve tempo per dare significato ai comportamenti dei bambini. Serve che gli insegnanti abbiano il tempo per chiedersi cosa stia accadendo e pensare una possibile maniera di interpretarlo.

Darsi questo tempo significa spesso «apprendere a disapprendere» in ascolto delle storie delle persone (permettetemi una auto-citazione in onore di Bateson dal libro che stiamo curando con Leonardo Luzzatto ed Emanuela Cedroni sul progetto della regione Lazio dedicato al post-adozione e alle crisi).

Questo tipo di riflessioni sulla scuola sono sempre più, anche se assolutamente non abbastanza, patrimonio comune di insegnanti e operatori di Servizi Territoriali ed Enti Autorizzati, e questo è dovuto all’azione delle Associazioni Familiari che in anni e anni di lavoro hanno fatto in modo che nascessero le Linee di indirizzo per il diritto allo studio degli alunni adottati.

Certa che tutti le conosciate le cito solo ad esempio di come le associazioni abbiano permesso di passare dai bisogni dei singoli a proposte utili per tutti.

Quello che sto descrivendo restituisce un’immagine tridimensionale dell’associazionismo, che a partire da sé stesso promuove un movimento dall’interno all’esterno, dando vita a forme federative e a reti anche con soggetti pubblici o di terzo settore e contribuendo a rafforzare la sussidiarietà orizzontale.

E’ così che l’associazionismo familiare agisce sulla tutela dei diritti, nel mutuo-aiuto, nell’auto-organizzazione dei servizi della vita quotidiana, promuovendo dimensioni educazionali-formative. Il passaggio dal sentirsi fruitore passivo di un servizio (che poi spesso si sente mancare), al sentirsi protagonista di chi, a partire dal proprio personale bisogno, riesce a dire ciò di “cui ha bisogno” e a fare proposte, è il passaggio dalla dimensione dell’assistenza a quella dell’empowerment.

In quest’ottica, promuovere sempre di più il coinvolgimento delle famiglie, favorirne la reticolazione, inserire gli approcci centrati sulla famiglia nella filosofia, nella cultura e nelle pratiche delle organizzazioni è essenziale al loro benessere.

Tornando sul tema della “crisi”, per le famiglie adottive, ad esempio, è importante sapere se esistono, nei territori, possibilità di aiuto nei momenti di difficoltà, avere un’idea chiara di come accedere a tali opportunità e qual è la filosofia alla base di questi progetti di intervento. Creare una dimensione stabile di scambio tra servizi, enti autorizzati, istituzioni e associazioni familiari dei differenti territori può evidentemente agevolare molto, permettendo di fare arrivare alle famiglie le informazioni necessarie in maniera più organica.

Chiediamoci dunque quante reti come quelle cui ho accennato siano oggi attive. L’unica strada per farle nascere passa attraverso la creazione di spazi istituzionali di incontro e conoscenza reciproca.

Gli spazi attuali a me sembrano residuali e spesso troppo destrutturati.

Vi lascio una domanda: dai vostri osservatori, dai vostri punti di vista, cosa potete fare voi perché ciò non accada?

O meglio ancora: dai vostri osservatori, dai vostri punti di vista, cosa potete fare voi perché una rete territoriale cresca?

Per concludere sul tema delle famiglie in crisi e delle associazioni permettetemi di ricordare (grazie a un articolo di Francesco Vitrano dedicato al nostro tema su MinoriGiustiza 2/2020) un brano di Italo Calvino ne Le città invisibili. Dedicatelo alle famiglie, o alle associazioni … o a voi stessi.

Ora dirò della città di Zenobia che ha questo di mirabile: benché posta su terreno asciutto essa sorge su altissime palafitte, e le case sono di bambù e di zinco, con molti ballatoi e balconi, poste a diversa altezza, su trampoli che si scavalcano l’un l’altro, collegate da scale a pioli e marciapiedi pensili, sormontate da belvederi coperti da tettoie a cono, barili di serbatoi d’acqua, girandole marcavento, e ne sporgono carrucole, lenze e gru.

Quale bisogno o comandamento o desiderio abbia spinto i fondatori di Zenobia a dare questa forma alla loro città, non si ricorda, e perciò non si può dire se esso sia stato soddisfatto dalla città quale noi oggi la vediamo, cresciuta forse per sovrapposizioni successive dal primo e ormai indecifrabile disegno. Ma quel che è certo è che chi abita a Zenobia e gli si chiede di descrivere come lui vedrebbe la vita felice, è sempre una città come Zenobia che egli immagina, con le sue palafitte e le sue scale sospese, una Zenobia forse tutta diversa, sventolante di stendardi e di nastri, ma ricavata sempre combinando elementi di quel primo modello.

Detto questo, è inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non è in queste due specie che ha senso dividere la città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati.

 

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2 Replies to “Famiglie in crisi: l’esperienza e il ruolo dell’associazionismo familiare”

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