Mentre si insegna, inseguendo i propri sogni, i propri desideri, le proprie stanchezze, si crea una relazione, con la classe e con ogni singolo alunno e alunna. Si ascolta quello che i bambini raccontano e dicono di sé. Si ascolta quello che i genitori portano di se stessi e dei figli. È un rapporto emotivo impegnativo e richiede che l’insegnante sappia relazionarsi oltre che con gli alunni e i loro genitori anche con le proprie reazioni emotive, le proprie incertezze e forse anche con le proprie paure: paura delle critiche, dell’ostilità, di perdere il controllo, della sofferenza.

Riuscire a creare in classe uno spazio di pensiero sul concetto di famiglia, allargandolo alle famiglie ‘speciali’ quali sono quelle adottive, significa riconoscere a ogni bambino il diritto di sentirsi legittimato, lui e chi lo ama e lo cresce. Pensare alla famiglia come mondo del bambino, un mondo variegato, eterogeneo, sfaccettato assume il significato di creare spazio affinché ciascun bambino, ciascuna famiglia possano sentirsi visti e accolti. L’insegnante che allarga l’orizzonte e il pensiero può comprendere, può capire, può ascoltare senza giudicare. In questo tipo di relazione, dove l’uno è disponibile all’ascolto empatico e l’altro è disposto a raccontarsi con fiducia, si può costruire un’alleanza tra scuola e famiglia che sia solida base di crescita per il bambino adottato accolto in classe.

È grazie a questa alleanza tra adulti che, in classe, può crearsi il clima giusto, quello che permette di ascoltare, senza stupirsi, senza preoccuparsi eccessivamente, avendo la fiducia che dall’altra parte ci sia qualcuno che sappia ascoltare senza negare quello che diciamo.

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