Stare in contatto con il mondo dei figli significa comprendere cosa dicono riuscendo ad essere disponibili ad aprirsi a zone della loro vita che non appartengono al presente, parti che riguardano loro, il loro passato e i loro genitori di origine dove le parole non abitano perché i genitori non possono narrarla, non erano presenti, protagonisti, e non possono farsi aiutare da ricordi. Non hanno deciso di concepire i figli, non li hanno sentiti dentro, non li hanno visti nascere, non c’erano nei loro primi fondamentali momenti, non hanno potuto proteggerli. Non possono inventare a chi assomigliassero, né ricordare cosa ne dicessero zii e nonni. È un territorio in cui si può solo entrare, con tanta attenzione, attraverso il loro presente. Si può intuirlo, percepirlo, essere attenti a quanto loro fanno arrivare. Entrando con delicatezza nella loro terra di origine si entra in contatto, anche senza esserne consapevoli, con i loro genitori, con il segno che loro hanno lasciato. Significa accedere a una dimensione, solo apparentemente paradossale, dove, da genitori adottivi, si ha la possibilità di porsi in continuità tra la storia passata e quella presente.

Il passaggio dal prima al dopo non resta come frattura da non sfiorare, ma ha la possibilità di essere percepito con fluidità, se ne può parlare soprattutto, si può ricordare (quando ricordi ci sono), ci si può fermare a pensarlo e immaginarlo, non spaventa, non crea giudizi o bisogni di dare significati che non si conoscono e a volte non esistono. Assume la morbidezza del pensiero possibile e consentito permettendosi di stare in quello che forse nemmeno i figli sanno raccontare, senza bisogno di ricordi espliciti ma semplicemente perché c’è stato un tempo, una nascita, un compleanno, un evento, che vale la pena pensare assieme, e forse celebrare con loro, ora nel presente, solo perché è loro, dandogli quello che ades so gli si può dare, anche solo un regalo che allora non c’è stato.

È in momenti come questi che non si tratta di dichiarazioni da fare, piuttosto di sentire la presenza dei genitori di prima accettandone la presenza nei figli, scoprendo di non dover comprenderne la vita, di poter andare avanti senza dover misurarcisi, né ritenerli i soli detentori del segreto essere dei figli. Stare in contatto significa anche tutto questo e quindi poter accettare i messaggi dei bambini e dei ragazzi non disturbati dalla confusione di troppi pensieri prefabbricati e che non hanno a che fare con quello che sta accadendo in quell’esatto istante, perché questo è l’istante da vivere, null’altro.

Da L’adozione una risorsa inaspettata di Anna Guerrieri e Francesco Marchianò