La scelta della scuola superiore è difficile. Forse è la scelta più difficile nel percorso scolastico dei figli e di conseguenza rappresenta un momento cruciale per i genitori. È difficile perché i ragazzi appaiono ancora troppo piccoli per potersi orientare da soli e troppo grandi per poter seguire una strada decisa e delineata dai propri genitori. Le famiglie cercano di raccapezzarsi, partecipano a riunioni, leggono progetti e programmi, partecipano alle giornate di ‘scuola aperta’, cercano di carpire il maggior numero di informazioni. Il più delle volte resta il dilemma su cosa sia giusto o meglio fare e si giunge a una scelta non piena, incrociando le dita e sperando di fare la cosa giusta.

Frequentemente i due mondi, quello dei genitori e quello dei ragazzi, cozzano. Gli uni pensano al futuro, valutano le possibilità di trovare in seguito una buona occupazione professionale, cercano un ambiente formativo, non solo dal punto di vista culturale e curricolare, che possa accogliere i ragazzi durante la fase forse più critica e intensa della loro esistenza, puntano a una rotta che garantisca qualche porto sicuro affinché i figli siano traghettati verso la vita adulta nel migliore dei modi. I figli, generalmente, si occupano di tutt’altro. I loro interessi sono altri: ritrovare buoni amici alla scuola superiore, seguire ideali, forse non sempre ben definiti, ma che siano accettabili per loro e per il loro gruppo di riferimento, riuscire a sentirsi inseriti nel contesto sociale ‘giusto’, garantirsi un impegno di studio congruo, non eccessivo, che possa lasciare il tempo per altro.

L’adolescente non sa bene chi è, non lo sa lui e non lo sanno i suoi genitori. Compiere una scelta sulla base di questa incertezza è compito non da poco. Si aggiunga a questo l’eventuale fatica accumulata durante la scuola media. Che fare allora, che strada intraprendere? Naturalmente non esistono ricette, né regole rigide valide per tutti. Possono essere importanti alcune riflessioni, utili in particolare per i ragazzi adottati, che sovente affrontano – in adolescenza specialmente – problematiche legate alla bassa autostima e all’incertezza rispetto alla propria identità sociale. Hanno bisogno di cercarsi e di trovarsi, gli adolescenti, più che mai gli adolescenti adottati. Aiutarli può richiedere il grande sforzo, da parte dell’adulto, di lasciarli liberi di scegliere, di accompagnarli senza imporre il percorso. Dovrà misurarsi profondamente con le proprie aspettative il genitore adottivo, e ricordare che i figli adottati, più degli altri, hanno bisogno di conferme, di sentire che vanno bene in ogni caso, che sono in ogni caso figli. Per accompagnare questi ragazzi i genitori dovranno riconoscere loro il diritto di sbagliare strada. E dovranno esserci se un giorno questi figli scopriranno di aver sbagliato e avranno bisogno di ricominciare da capo.

Non è quindi un caso che le Linee di indirizzo dedichino uno spazio proprio all’orientamento:

Attenzione va inoltre dedicata al percorso di orientamento che prelude alla scelta della scuola secondaria di secondo grado. Il successo scolastico dei ragazzi adottati varia da caso a caso, ma può accadere che quanto insito nella loro storia adottiva possa rendere difficoltoso il raggiungimento di obiettivi di apprendimento a cui, peraltro, genitori e ragazzi aspirerebbero. Se l’orientamento scolastico è uno dei compiti fondamentali della scuola secondaria di primo grado, ciò vale maggiormente per gli alunni con storie differenti e piene di criticità (tra cui alcuni ragazzi adottati) per i quali va curato con particolare attenzione attraverso un iter che, snodandosi per l’intero triennio, aiuti a comprendere quale percorso scolastico consentirà a ciascuno di sfruttare le proprie doti e potenzialità. L’inserimento in un percorso scolastico rispondente alle proprie capacità e attitudini porta tutti gli adolescenti (e quindi anche gli adolescenti adottati) a una corretta riflessione su di sé e a un rafforzamento della sicurezza personale. Aspettative troppo elevate possono generare ansia e senso di inadeguatezza, che rischiano di esprimersi nell’isolamento e nella chiusura rispetto al gruppo classe e agli insegnanti, o in una spirale di atteggiamenti provocatori e trasgressivi. Aspettative troppo basse, d’altra parte, possono confermare i ragazzi in una percezione di sé svalutata.

Il percorso della scuola secondaria superiore è un percorso lungo, cinque anni, e non sono pochi i ragazzi che cambiano indirizzo, cambiano scuola, si trovano ad affrontare interruzioni di percorso, passaggi dalla pubblica alla privata e che hanno la necessità di recuperare anni persi. Si tratta di percorsi accidentati di ragazzi e ragazze che rischiano di ‘perdersi per strada’, che non ce la fanno a tenere attraverso le multiformi richieste della scuola in un momento in cui si è alla ricerca di se stessi e di un luogo dove sentirsi definitivamente appartenenti. Vedere nello specchio l’immagine adulta del proprio corpo, l’immagine attraverso cui traspare quella dei genitori di origine, riattiva in modo completamente differente il pensiero su di sé, sulla propria storia e sul perché sia andata in un certo modo. Questa ridefinizione carnale del passato (quel passato di cui si possono anche avere pochi ricordi consapevoli) interroga in modo dirompente i ragazzi adottati e si pone come domanda (senza risposta) rispetto ai possibili futuri da immaginare per se stessi. A chi si somiglia? Chi si potrà divenire? Chi si sceglierà di diventare?

Le differenze somatiche intra-familiari, che fino ad ora forse non occupavano maggiore spazio di una curiosità tipicamente infantile, divengono centrali nell’attenzione generale. L’adolescente comincia a cercare riferimenti chiari dal punto di vista corporeo; egli cerca di comprendere il senso di tanti cambiamenti attraverso il modo più naturale al mondo: ricerca uno specchio vivente che giustifichi quanto accade a se stesso. La necessità di riconnettersi con le proprie origini biologiche assume così un gusto che va al di là del bisogno di dare un senso alla propria storia personale; il ritrovamento della propria storia, dei propri genitori biologici, diviene un modo per potersi rispecchiare in una realtà fisica, oltre che psicologica e narrativa, una maniera per riconoscersi nel cambiamento in atto. Il tema del corpo è particolarmente importante: noi tutti tendiamo a dare per scontato l’essere fisicamente come siamo. Sapere di assomigliare a qualcuno e potersi rivedere nel colore degli occhi, nella forma del viso o nel tono della pelle di un genitore, significa rinforzare un’immagine di sé nel presente, testimoniata dalla presenza di qualcuno che almeno un po’ ci assomiglia e che testimonia come diventeremo nel futuro (F. Carola, L’adolescenza: istruzioni per l’uso, «Adozione e dintorni – gsd informa», novembre 2011).

L’adolescenza è il momento dell’essere in viaggio, viaggio simbolico attraverso se stessi a volte, a volte molto concreto. Ci si chiede chi si è nel proprio intimo, socialmente, nei propri modi e nelle proprie sperimentazioni sessuali e lo si fa ‘agendo’, agendo anche quando ci si chiude in camera o quando si dorme ore e ore e sembra non si faccia nulla. Il non fare dei ragazzi è sempre un non fare di troppo, un sopra le righe, un’azione, un percorso (talvolta molto faticoso). Quando mancano le parole per esprimere le proprie sensazioni di cambiamento, per raccontare almeno una parte del proprio mondo, l’azione sembra allora riempire la scena, sola protagonista, e si combatte con se stessi e con gli adulti. I segni di queste azioni restano, talvolta indelebili, ferme a lungo nel cuore e nel corpo dei ragazzi e dei loro genitori. Nei gruppi post adozione di Genitori si diventa, quando si organizzano gruppi dedicati a chi ha i figli adolescenti, i temi affrontati spaziano febbrilmente, la stessa febbre che sembra pervadere i ragazzi. Gli eventi e i racconti dei genitori risentono dei picchi e dei vortici dei figli e quello che accade acquista il ritmo incessante di ragazzi che sembrano non poter mai guardarsi indietro. Si va quindi dalle situazioni più semplici (chiusure, ostinazioni, silenzi, problemi a scuola) a ciò che inquieta un genitore in sordina (troppo silenzio, troppo internet, troppe stanze chiuse, troppi amici sconosciuti, troppa attenzione alle calorie, troppi segni strani sulla pelle) a ciò che travolge la vita di famiglie intere (furti, violenza in casa, spaccio, sessualità irresponsabile, sostanze, alcol, compagnie infrequentabili, fughe pericolose, crisi di tipo psichiatrico, trattamenti sanitari obbligatori, comunità). I gruppi dedicati a chi ha figli adolescenti, accogliendo chi ha più e meno problemi, sono piccoli porti in mari talvolta in tempesta, in cui prendere fiato, raccontarsi e attendere insieme di andare ‘oltre’.

Nel passaggio da chi ero a chi sono, c’è un momento di sospensione.
Il momento del chi non sono,
del chi non posso più essere.

Io non sono più me stessa,
ma ancora non so chi sarò.
Vivo sospesa tra un ruolo passato
al quale non posso rinunciare
e un nuovo percorso
che non riesco ad iniziare.
Non sono più io,
pur essendo sempre io.
Sospesa, appesa, disorientata.
Attesa, da me,
di me!

r. parmeggiani, Assomiglio a me stesso

È nei momenti in cui si entra nel territorio della crisi che la presenza di adulti alternativi ai genitori che sappiano vedere, ascoltare e proporre ai ragazzi, proprio grazie al loro ruolo di insegnanti, la possibilità di una pausa, di una riflessione può essere davvero importante. Gli adolescenti sono sensibili molto più di quanto non si creda all’arte, l’arte vera, quella che parla dritta all’inconscio ed esprime in un gesto singolo il mondo di un artista. Può essere una canzone, un film, un quadro, una libro o una statua, tutto può essere l’aggancio giusto per permettere a un ragazzo o una ragazza un tempo di riflessione su di sé. Basta essere insegnanti assetati, persone consapevoli che si può dare solo quello di cui noi stessi andiamo incessantemente alla ricerca e che non possediamo, più simili ai nostri alunni o figli di quanto pensiamo. Il passato è fitto di storie di persone, filosofi, poeti, giovani soldati, generali, uomini e donne di pensiero e d’azione dalla vita complessa tutta giocata all’inseguimento di un proprio luogo nella vita. Un insegnante che sappia dare suono alla poesia, che sappia parlare di diritto, filosofia, pedagogia o psicologia, che possa rendere attuale un momento del passato, che riesca a fare sentire quanto è profondo e attuale il tormento trascritto in una tragedia o in un pezzo teatrale, che sappia farlo in ascolto dei movimenti dei suoi alunni, ha la grande possibilità, proprio nelle superiori, di offrire umilmente un’ancora alternativa.

Non tutti i ragazzi adottati hanno difficoltà particolarmente differenti da quelle degli adolescenti non adottati, basti pensare che gli early school leavers (esl) – giovani dai 18 ai 24 anni d’età in possesso della sola licenza media e che sono fuori dal sistema nazionale di istruzione e da quello regionale di istruzione e formazione professionale – nel 2012 in Italia sono pari al 17,6% (isfol 2012). La dispersione scolastica in genere però colpisce i figli di famiglie economicamente più deboli e meno scolarizzate. Questo è un dato che deve far riflettere per cercare di individuare le specificità su cui poter intervenire efficacemente. Certamente non può essere sottovalutata l’evoluzione di quelle situazioni di difficoltà di linguaggio e di apprendimento che, seppure abbastanza ben gestite durante la primaria e le medie, trovano ora una più difficile gestione durante le superiori. Qui le materie appaiono tutte più centrate sull’insegnamento di una disciplina, il sistema di verifiche orali e scritte è rigidamente strutturato, si possono accumulare debiti e si può venire bocciati. Diventa, in questo periodo, tutto più difficile: il sostegno nei casi consentiti dalla Legge 104, le strategie dispensative e compensative consentite quando si ha un dsa (Legge 170), l’applicazione di un bes. Nulla più è scontato, con ragazzi che non vogliono distinguersi dal gruppo dei pari, che vogliono essere ‘esattamente come gli altri’ e per esserlo sono anche disposti a evitare una struttura di aiuto.

Così nei momenti della ‘crisi’ la scuola può, come sempre, aiutare o configurarsi come l’ennesimo palcoscenico dove inscenare un fallimento. Stare dalla parte dei ragazzi e delle ragazze significa contrastare il rischio di abbandono e dispersione, significa cercare in ogni ragazzo quel ‘gancio’ che tiene ‘dentro’, che permetta un dialogo attraverso cui possa anche fluire il sapere e la cultura. Ci sono famiglie che attraversano mari molto tempestosi, ove restare a galla, tenere il timone di navi squassate si rivela impresa disumana. È a queste famiglie che bisogna pensare offrendo ai ragazzi la possibilità di trovare un modo per sentirsi parte di quella classe e di quel percorso scolastico, sapendoli vedere con affetto impietoso, nelle loro fragilità e nei loro slanci creativi.

 

Estratto da Una scuola aperta all’adozione di Anna Guerrieri e Monica Nobile, con contributi di Roberta Lombardi