Month: gennaio 2020

Il danno

Il concetto di “ferita dell’abbandono” ha a che fare con una realtà ma anche con un costrutto ideologico. Avere vissuto un abbandono, la perdita dei punti di riferimento affettivi, la perdita delle figure di attaccamento è certamente traumatico. Lo è di per se, ma lo è in maniera differente da persona a persona. In realtà ogni evento traumatico (anche i più devastanti) sono percepiti differentemente a seconda di chi li subisce. Il trauma non è l’evento che accade, ma come si vive l’evento che accade. Evento che deve in qualche modo rendere impotente chi lo subisce, deve spossessarlo di se. Ma questa spossessione di sé, questa impotenza, non dipendono solo da cosa accade … ma da come accade e soprattutto da come lo si percepisce. L’entità dipende molto da noi soggetti che viviamo il momento traumatico. Non solo … quando si parla della perdita delle figure di attaccamento si parla di qualcosa che a seconda delle storie ha connotazioni diverse. C’è chi viene lasciato alla nascita e automaticamente viene accolto e adottato da altri, c’è chi dopo un abbandono passa anni in un istituto, o passa da un contesto a un altro. C’è chi non viene lasciato … ma subisce deprivazioni e abusi ripetuti. Cosa è più traumatico? L’essere stati lasciati o l’essere stati ripetutamente abusati? Ci sono bambini che non vengono lasciati mai da genitori abusivi e restano in famiglie dove subiscono sevizie psichiche e anche fisiche (basti pensare agli incesti), cosa è più forte? Quando si parla di eventi traumatici le storie sono davvero complesse ed è fondamentale non costruirvi dei paradigmi. Esiste una ideologia in proposito all’abbandono, quella della “ferita primaria”. Ha a che fare con l’idea che la perdita dei genitori di origine rappresenti un trauma di fatto non elaborabile. E’ dovuta a Newton Verrier. E la frase “ferita dell’abbandono” sembra diventare una sorta di mantra nell’adozione. Chi ha figli adottati dovrebbe sapere che hanno la ferita dell’abbandono. Una ferita pressoché indelebile. Ora chiunque lavori con le proprie esperienze traumatiche sa che ciò che ferisce non si cancella, non si elimina e la perdita dei genitori di origine sicuramente non è cosa che si spazza via. Ci sta nella vita di chiunque sia adottato, come ci sta tanto tutto ciò che è venuto prima e dopo di quella perdita (abusi? maltrattamenti, incuria? un passaggio veloce invece? perdita di coordinate affettive?) tuttavia non è una sorta di spiegazione di tutto. Nella vita di ognuno ci sta tutto il male subito e anche tutta la possibilità di elaborazione e di trasformazione. Per questo parlare di ferita dell’abbandono diventa ideologico. Lo diventa nel momento in cui si inizia a pensare che determini qualsiasi danno a posteriori. Questa almeno è la mia opinione. Credo che su questa pagina di fatto si stia parlando di questo. Toni o non toni, ogni amministratore di pagina ha i suoi, bisogna ad un certo punto chiedersi cosa si pensi dei bambini e dei ragazzi che incontriamo per adozione. Ragazzi e bambini rotti dentro? feriti irrimediabilmente? che se tireranno fuori un disagio o un disastro lo faranno solo in quanto “feriti” dall’abbandono subito? O ci dicono anche altro? E soprattutto perchè è necessario ragionare solo per stabilire chi ha (detiene) il “danno”? Non viviamo spesso tutti di danni reciproci?

Insegnare a insegnare

Si può? E’ possibile davvero occuparsi di insegnare a insegnare?

Da due anni sono impegnata con un corso universitario che fa esattamente questo, ossia si occupa di didattica della matematica. E’ una bella responsabilità provare ad insegnare a insegnare la materia che più nell’immaginario comune crea ansia e innesca distinguo (“Io la matematica non l’ho mai capita” è una delle frasi che chiunque si occupi di matematica avrà sentito più volte nella vita). Significa, prima di ogni altra cosa, cercare di innescare un possibile cambiamento prospettico in chi poi in classe ci andrà davvero e dovrà cercare di trasformare frustrazione e incomprensione in piacere di provare a scoprire.

Mi sono avvicinata a questo corso con una buona dose di umilità e insicurezza. Sarei stata in grado? Io ero e sono una disciplinarista, ossia una che insegna la matematica (in particolare l’algebra) a chi la vuole imparare ed approfondire. Non è la stessa materia che porteranno in classe gli insegnanti (alle medie o alle superiori). Nel mio bagaglio tuttavia avevo alcune risorse: la voglia di studiare (ed ho studiato), la passione di comunicare e insegnare (praticata per almeno trenta anni), la mia esperienza con l’associazionismo famigliare adottivo e affidatario che mi ha portato in mondi completamente differenti da quelli universitari, la mia esperienza con gli insegnanti dovuti alla formazione sui temi adozione affido e scuola. Ho guardato alle mie possibili risorse e ho lasciato che il corso che affrontavo mi insegnasse qualcosa.

Ed è stata una scoperta continua e grande lezione dopo lezione. Per questo ho deciso di provare a scrivere qualcosa di quello che ho imparato perché penso che oggi come oggi provare a rispondere alla domanda iniziale (Si può insegnare a insegnare?) sia davvero fondamentale.

  1. Porsi da un punto di vista differente è utile. Quando si insegna ad insegnare si esce da una zona di confort fondamentale per qualsiasi docente: la propria materia di eccellenza. Ci si guarda dall’esterno e ci si chiede finalmente se davvero ciò che è più importante della propria materia stia arrivando a chi ascolta. E nel caso della matematica non si tratta certamente di fare arrivare solo delle nozioni, delle definizioni e delle deduzioni, bensì di accendere il desiderio prima e aprire la possibilità poi di sentirsi capaci di provare a creare nuovi contenuti. Insegnare a insegnare significa chiedersi cosa si stia facendo nelle proprie altre classi, quanti noi stessi si sia “poco creativi” come insegnanti. Significa chiedersi quanto noi stessi ci siamo, nel tempo, “spenti”. Quanto insegniamo a inventare? a creare?
  2. Insegnando cosa significhi stare in una classe inevitabilmente porta a offrirsi come strumento vivo a disposizione degli studenti. Insegniamo insegnando. Non possiamo essere contradditori. Non possiamo professare incessante passione per il problem solving e non provarla autenticamente. Non possiamo nascondere le nostre idiosincrasie e debolezze. Se insegniamo che l’errore è una risorsa nell’apprendimento della matematica, che gli errori bisogna comprenderli, interpretarli, che bisogna lavorare sul non disprezzarli e non temerli, poi non si potrà mentire agli studenti. Cosa pensiamo noi davvero degli errori? Ci permettiamo di sbagliare davanti a loro? O crediamo che solo l’infallibilità ci sia permessa? Siamo in grado di rinunciare alla nostra scintillante armatura? Che cosa crediamo realmente e profondamente di chi ha capacità matematiche? Di chi fallisce e di chi invece non lo fa? In termini tecnici, che stile attributivo abbiamo noi stessi?
  3. Essere strumento nelle mani degli studenti significa esporsi e significa soprattutto esporsi al loro pensiero. Se crediamo che loro, futuri insegnanti, debbano sapere ascoltare i loro alunni, siamo noi in grado di ascoltare loro? I loro pensieri? Possiamo permetterci di fermare il tempo della lezione per dedicare tempo a loro? Alle loro storie, alle loro percezioni, ai loro punti di vista? Permettiamo che ci contraddicano?
  4. Insegnare ad insegnare significa coniugare esattezza e improvvisazione, sentirsi parte di un laboratorio di pensiero permanente in cui docente e discenti devono sentirsi liberi di guardare altrove ed oltre, verso le future classi e i futuri alunni che, anche se assenti, sono già li, già in quella classe dove si parla di loro. La lezione si fa raccontando, scrivendo, esponendo, ma anche provando, toccando con mano quello che può accadere e potrebbe accadere. E’ sempre poco rispetto alla realtà che accadrà, ma almeno ci si sarà pensato prima e forse questo aiuterà.
  5. In classe l’insegnante fa, appena si entra inizia il lavoro, qualcosa deve accadere, e l’insegnante entra in scena e sceglie di volta in volta il suo ruolo (narratore, mediatore, catalizzatore, ascoltatore, valutatore …) e si può passare da un ruolo all’altro in una stessa lezione perché è necessario farlo. Solo così il sapere circola nel gruppo, solo così c’è la possibilità che i concetti evocati possano iniziare ad avere valore e germogliare. Insegnando a insegnare ogni atto è nel presente ciò che è (fa parte della lezione presente) ma interroga il passato (come ragionamento sulle lezioni già vissute) e si proietta nel futuro (possibile sperimentazione di quello che può accadere nel futuro).

Uscire dalla propria confort zone in questo corso significa contaminare il pensiero matematico con altri saperi (la comunicazione, la filosofia, la psicologia e la pedagogia). Significa scoprire che una disciplina apparentemente “fredda” (costruita sulla logica aristotelica, su numeri, simboli, definizioni e teoremi) non è altro che una disciplina “bollente” come tutte le discipline che hanno a che fare col pensiero degli uomini e delle donne su se stessi e sul mondo. La matematica fa parte degli uomini e delle donne, dei loro sogni e dei loro desideri, ha a che fare con le loro pazzie, con il loro carattere e la loro sete di “viaggiare” ben oltre le colonne d’Ercole. E’ voglia di partire, di scoprire, di buttarsi tra le onde di ciò che non si sa e di nuotare in acque sconosciute. E’ fatta di contenuti e di storia, di sviluppo e di cadute, di errori e di illuminazioni. E’ praticata trasversalmente e affiora come corrente carsica dove sembra non avrebbe diritto ad essere. E’ fatta di formule ma anche e soprattutto di parole, di racconti, di scambi, di amicizie e amori. E’ fatta di umanità. Di comunità. Di trasversalità.

Quindi una risposta alla domanda iniziale c’è. Certamente, per capire se si possa davvero insegnare ad insegnare bisogna sviluppare metodi che possano venire verificati a posteriori attraverso risultati che gli insegnanti formati poi hanno nelle proprie classi (e questo è compito di chi ricerca sulla didattica), ma di fatto la cosa fondamentale è che si “deve” provare a farlo, si deve mettersi in gioco e provare ad insegnare a insegnare. Provare a farlo rende noi stessi insegnanti migliori.

Metodi usati: In questo corso, oltre le usuali modalità di insegnamento accademico, ho sperimentato diverse modalità di relazioni con la classe usando tecniche di narrazione autobiografica, di ascolto attivo, di debate, di cooperative learning, di confronto in piccolo gruppo e gruppo più ampio. Ho sperimentato e fatto sperimentare tutto ciò che veniva suggerito nel libro Didattica della Matematica di Roberto Natalini, Anna Baccaglini-Frank, Pietro Di Martino, Giuseppe Rosolini.

Bibliografia (riduttiva)

Didattica della Matematica – Roberto Natalini, Anna Baccaglini-Frank, Pietro Di Martino, Giuseppe Rosolini

Difficoltà in matematica. Osservare, interpretare, intervenire – Rosetta Zan

Raccontarsi. L’autobiografia come cura di se – Duccio Demetrio

Arte di ascoltare e mondi possibili. Come si esce dalle cornici di cui siamo parte. – Marianella Sclavi

Link al programma del corso

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén

Privacy Policy