Lo spazio autobiografico è una stagione: è il tempo della tregua, che aiuta perchè non ci colpevolizza rispetto alla nostra molteplicità. Non è una vacanza, è il tempo della sutura dei pezzi sparsi, è il tempo in cui uno dei nostri io si fa tessitore.

D. Demetrio, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sè.

 

Aver partecipato alla X edizione delle Settimana Estiva della Libera Università dell’Autobiografia permette di pensare le parole sopra scritte e le pagine del libro cui appartengono in una maniera completamente differente, perché se ne è fatta sia pur breve ma intensa esperienza. Si è avuto a che fare concretamente con la memoria, la narrazione, il pensiero autobiografico, il laboratorio.

Anghiari stessa, con i suoi percorsi tortuosi, le discese e le salite, le vie in cui perdersi significa inevitabilmente ritrovarsi, gli orizzonti rinascimentali, le persone così tanto parte del modus autobiografico, è luogo di immersione ed emersione, metafora di ciò che si è andati a fare. Ciò che si fa, viene fatto lì non per caso, come fosse luogo di arrivo ed origine, luogo che trasferisce le sensazioni di tanti altri passaggi, tanto altro lavoro, luogo quindi di trasformazione.

Palazzo Testi, resta, come il Teatro di Anghiari, come il paesaggio dove si è camminato, come lo spazio dove si è cucinato, contenitore principe del ricordo, spazio dove si è scritto, dove si è pensato, dove ci si è fermati ad ascoltare, dove si è fatto. Luoghi dove i sensi sono protagonisti, scrivere significa sentire la carta, la penna, l’inchiostro e il colore, ascoltare è intriso di silenzio e voce.

Non è la mente soltanto che lavora nell’ascolto e nel narrare, ma ogni fibra del corpo.  E’ il corpo che attende, che si protende, che si fa ricettacolo, che racconta: il corpo e la sua voce. Forse per questo la memoria è così intensa, come impressa nella materia vivente, la memoria propria e quella altrui. E’ così che si aprono le porte della percezione e si impara ad aspettare.

Ritrovo alcuni concetti trascritti:

La scrittura autobiografica ci pone in contatto con il nostro inconscio e permette di avvertire le vie del desiderio.

E’ (e va sentita come potente) forma di libertà.

E’ individuale ma, paradossalmente, non individualistica, anzi apre al senso della differenza, della pluralità, della coralità. Non c’è sentimento autobiografico senza ascolto dell’altro (l’altro che ci abita, l’altro che incontriamo fuori di noi).

 

Il tanto fatto, pensato, esperito ha ora bisogno di un tempo per decantare, per sedimentare, per trovare una sua strada per germogliare.

Segnalo:

Festival dell’Autobiografia 2018

Migrarti 2018