Month: febbraio 2018

Stare in contatto

Stare in contatto con il mondo dei figli significa comprendere cosa dicono riuscendo ad essere disponibili ad aprirsi a zone della loro vita che non appartengono al presente, parti che riguardano loro, il loro passato e i loro genitori di origine dove le parole non abitano perché i genitori non possono narrarla, non erano presenti, protagonisti, e non possono farsi aiutare da ricordi. Non hanno deciso di concepire i figli, non li hanno sentiti dentro, non li hanno visti nascere, non c’erano nei loro primi fondamentali momenti, non hanno potuto proteggerli. Non possono inventare a chi assomigliassero, né ricordare cosa ne dicessero zii e nonni. È un territorio in cui si può solo entrare, con tanta attenzione, attraverso il loro presente. Si può intuirlo, percepirlo, essere attenti a quanto loro fanno arrivare. Entrando con delicatezza nella loro terra di origine si entra in contatto, anche senza esserne consapevoli, con i loro genitori, con il segno che loro hanno lasciato. Significa accedere a una dimensione, solo apparentemente paradossale, dove, da genitori adottivi, si ha la possibilità di porsi in continuità tra la storia passata e quella presente.

Il passaggio dal prima al dopo non resta come frattura da non sfiorare, ma ha la possibilità di essere percepito con fluidità, se ne può parlare soprattutto, si può ricordare (quando ricordi ci sono), ci si può fermare a pensarlo e immaginarlo, non spaventa, non crea giudizi o bisogni di dare significati che non si conoscono e a volte non esistono. Assume la morbidezza del pensiero possibile e consentito permettendosi di stare in quello che forse nemmeno i figli sanno raccontare, senza bisogno di ricordi espliciti ma semplicemente perché c’è stato un tempo, una nascita, un compleanno, un evento, che vale la pena pensare assieme, e forse celebrare con loro, ora nel presente, solo perché è loro, dandogli quello che ades so gli si può dare, anche solo un regalo che allora non c’è stato.

È in momenti come questi che non si tratta di dichiarazioni da fare, piuttosto di sentire la presenza dei genitori di prima accettandone la presenza nei figli, scoprendo di non dover comprenderne la vita, di poter andare avanti senza dover misurarcisi, né ritenerli i soli detentori del segreto essere dei figli. Stare in contatto significa anche tutto questo e quindi poter accettare i messaggi dei bambini e dei ragazzi non disturbati dalla confusione di troppi pensieri prefabbricati e che non hanno a che fare con quello che sta accadendo in quell’esatto istante, perché questo è l’istante da vivere, null’altro.

Da L’adozione una risorsa inaspettata di Anna Guerrieri e Francesco Marchianò

Per insegnare occorre ascoltare

Mentre si insegna, inseguendo i propri sogni, i propri desideri, le proprie stanchezze, si crea una relazione, con la classe e con ogni singolo alunno e alunna. Si ascolta quello che i bambini raccontano e dicono di sé. Si ascolta quello che i genitori portano di se stessi e dei figli. È un rapporto emotivo impegnativo e richiede che l’insegnante sappia relazionarsi oltre che con gli alunni e i loro genitori anche con le proprie reazioni emotive, le proprie incertezze e forse anche con le proprie paure: paura delle critiche, dell’ostilità, di perdere il controllo, della sofferenza.

Riuscire a creare in classe uno spazio di pensiero sul concetto di famiglia, allargandolo alle famiglie ‘speciali’ quali sono quelle adottive, significa riconoscere a ogni bambino il diritto di sentirsi legittimato, lui e chi lo ama e lo cresce. Pensare alla famiglia come mondo del bambino, un mondo variegato, eterogeneo, sfaccettato assume il significato di creare spazio affinché ciascun bambino, ciascuna famiglia possano sentirsi visti e accolti. L’insegnante che allarga l’orizzonte e il pensiero può comprendere, può capire, può ascoltare senza giudicare. In questo tipo di relazione, dove l’uno è disponibile all’ascolto empatico e l’altro è disposto a raccontarsi con fiducia, si può costruire un’alleanza tra scuola e famiglia che sia solida base di crescita per il bambino adottato accolto in classe.

È grazie a questa alleanza tra adulti che, in classe, può crearsi il clima giusto, quello che permette di ascoltare, senza stupirsi, senza preoccuparsi eccessivamente, avendo la fiducia che dall’altra parte ci sia qualcuno che sappia ascoltare senza negare quello che diciamo.

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