Mentre si insegna, inseguendo i propri sogni, i propri desideri, le proprie stanchezze, si crea una relazione, con la classe e con ogni singolo alunno e alunna. Si ascolta quello che i bambini raccontano e dicono di sé. Si ascolta quello che i genitori portano di se stessi e dei figli. È un rapporto emotivo impegnativo e richiede che l’insegnante sappia relazionarsi oltre che con gli alunni e i loro genitori anche con le proprie reazioni emotive, le proprie incertezze e forse anche con le proprie paure: paura delle critiche, dell’ostilità, di perdere il controllo, della sofferenza.

Riuscire a creare in classe uno spazio di pensiero sul concetto di famiglia, allargandolo alle famiglie ‘speciali’ quali sono quelle adottive, significa riconoscere a ogni bambino il diritto di sentirsi legittimato, lui e chi lo ama e lo cresce. Pensare alla famiglia come mondo del bambino, un mondo variegato, eterogeneo, sfaccettato assume il significato di creare spazio affinché ciascun bambino, ciascuna famiglia possano sentirsi visti e accolti. L’insegnante che allarga l’orizzonte e il pensiero può comprendere, può capire, può ascoltare senza giudicare. In questo tipo di relazione, dove l’uno è disponibile all’ascolto empatico e l’altro è disposto a raccontarsi con fiducia, si può costruire un’alleanza tra scuola e famiglia che sia solida base di crescita per il bambino adottato accolto in classe.

È grazie a questa alleanza tra adulti che, in classe, può crearsi il clima giusto, quello che permette di ascoltare, senza stupirsi, senza preoccuparsi eccessivamente, avendo la fiducia che dall’altra parte ci sia qualcuno che sappia ascoltare senza negare quello che diciamo.

Nei percorsi che, negli anni, Genitori si diventa ha creato per la scuola, sempre le insegnanti hanno parlato delle loro sensazioni per quello che i loro alunni raccontavano in classe. Quando si arrivava a parlare della perdita, della separazione, i racconti creavano sovente ansia negli adulti che ascoltavano come se non sapessero come aiutare gli alunni, sia chi raccontava sia i compagni. Sembra talvolta che, davanti al disagio che un bambino adottato esprime, davanti alla sua storia (narrata direttamente o indirettamente) alcuni adulti inneschino meccanismi di difesa e, percependo il dolore, non possano o non vogliano riconoscerlo, e lo eliminino dimenticando e facendo finta di niente, annullando così una specificità per loro troppo ingombrante e finendo per non tener conto dei propri sentimenti prima, e di quelli del bambino subito dopo.

Costruire ponti, stringere alleanze, comprendere bambini e adulti che si hanno davanti passa attraverso l’ascolto, attraverso la capacità di creare un poco di silenzio interiore, di prendere una qualche distanza dalle proprie necessità per poter sentire, senza giudicare, le parole di chi ha bisogno di dirci la sua storia.

Per aiutarci ricordiamo le sette regole utili al buon ascoltatore delineate da Marinella Sclavi:

1. Non avere fretta di arrivare a delle conclusioni. Le conclusioni sono la parte più effimera della ricerca.

2. Quel che vedi dipende dalla prospettiva in cui ti trovi. Per riuscire a vedere la tua prospettiva, devi cambiare prospettiva.

3. Se vuoi comprendere quel che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a capire come e perché.

4. Le emozioni sono degli strumenti conoscitivi fondamentali se sai comprendere il loro linguaggio. Non ti informano su cosa vedi, ma su come guardi. Il loro codice è relazionale e analogico.

5. Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili. I segnali più importanti per lui sono quelli che si presentano alla coscienza come al tempo stesso trascurabili e fastidiosi, marginali e irritanti perché incongruenti con le proprie certezze.

6. Un buon ascoltatore accoglie volentieri i paradossi del pensiero e della comunicazione. Affronta i dissensi come occasioni per esercitarsi in un campo che lo appassiona: la gestione creativa dei conflitti.

7. Per divenire esperto nell’arte di ascoltare devi adottare una metodologia umoristica. Ma quando hai imparato ad ascoltare, l’umorismo viene da sé.

Da: Una scuola aperta all’adozione di Anna Guerrieri e Monica Nobile