Category: famiglia

Ferrara 11-12 maggio 2018

VENERDÌ 11 MAGGIO 2018 – dalle ore 15,00 alle ore 17,30
presso Istituto “Luigi Einaudi” – Via Savonarola 32 – Ferrara

SEMINARIO: “LA SCUOLA ACCOGLIENTE” – Strumenti e buone prassi per includere e favorire il benessere e l’apprendimento degli alunni fuori dalla famiglia di origine

PROGRAMMA

  • ore 15,00 – Registrazione partecipanti
  • ore 15,15 – Saluti di benvenutoDott.ssa Francesca Massellani – Presidente “Dammi la Mano Onlus” – Dott. Massimo Maisto – Assessore alla Cultura del Comune di Ferrara
  • ore 15,30 – Incroci di vita differenti e Scuola: cosa impariamo dalle Linee Guida per il diritto o allo studio delle alunne e degli alunni fuori dalla famiglia di origine. Prof.ssa Anna Guerrieri – Referente Scuola Coordinamento “CARE”, “Genitori si diventa Onlus”.
  • ore 16,15 – Costruire alleanze educative tra insegnanti e genitori per migliorare la capacità di accogliere storie speciali e garantire il benessere di tutta la classe. Dott.ssa Monica Nobile – pedagogista, counselor, formatrice e Giudice Onorario presso il Tribunale per i minorenni e la Corte d’appello di Venezia.
  • ore 17,00 – Testimonianze di famiglie affidatarie.
  • ore 17,30 – Chiusura lavori

 

SABATO 12 MAGGIO 2018 – dalle ore 9,15 alle ore 12,00
presso Istituto “Luigi Einaudi” – Via Savonarola 32 – Ferrara

FORMAZIONE – Le relazioni tra allievi, con gli insegnanti e con le famiglie. Gestire la conflittualità e promuovere il benessere in classe

PROGRAMMA

  • Ore 9,15 – Registrazione partecipanti
  • Ore 9,30 – Inizio lavori condotto dalla Prof.ssa Anna Guerrieri e dalla Dott.ssa Monica Nobile.Verranno presenta contributi teorici e pratici che riprendono il METODO GORDON per la risoluzione dei conflitti senza vincitori né vinti e si sperimenteranno le quattro tecniche fondamentali: ascolto attivo, messaggio in prima persona, metodo del problem solving, metodo senza perdenti. Verranno stimolate discussione e confronto ricorrendo a tecniche di comunicazione basate su mediazione ed accordo.
  • Ore 12,00 – Chiusura lavori

Figli e genitori: adolescenza

Riconoscersi in un figlio adolescente significa guardarsi negli occhi di una persona in rapido cambiamento. E’ il momento in cui il tempo dei genitori e il tempo dei figli non è più accordato dallo stesso diapason: gli uni dentro al presente, gli altri tra un passato ormai ampio e un futuro di cui si inizia a scorgere (e temere) il limite. L’adolescenza dei figli sorprende, risveglia all’improvviso. I figli si trasformano, il loro corpo, bruscamente ben oltre i contorni dell’infanzia, si amplifica e risplende anche nelle disarmonie, mentre quello dei genitori, nonostante gli sforzi, si contrae, invecchia.

Quello che passa nella loro mente e nei loro cuori  appare in lontananza. Sono così evidenti e plateali nelle richieste, urgenti, e al tempo stessi trasversali e abilmente nascosti nel tentativo (spesso efficacissimo) di non essere troppo visibili agli occhi indagatori (e possessivi) degli adulti. Escono, entrano, scompaiono nella propria stanza, sfuggono veloci fuori casa e nei propri mondi, costantemente in connessione con qualcun altro, eternamente altrove, sempre più rapidi nel saper come comunicare senza essere intercettati, un passo avanti nella criptazione dei loro messaggi, tecnologicamente ben oltre le sperimentazioni adulte.

Assomigliarsi e ritrovarsi, allora, significa farlo in corsa assistendo ad una trasformazione che si riconosce solo se la si riesce a ricordare, ad ammettere che la si è già vissuta. Un tempo anche i loro genitori sono stati esattamente così, rapidi e scomposti, assorti ed estroversi, arrabbiati e innamorati, impauriti e desiderosi. Anche loro un tempo avevano la stessa pelle, lo stesso corpo irriconoscibile, lo stesso sguardo, il medesimo ritmo. Rispecchiarsi significa nonostante le contraddizioni, le contestazioni, o forse proprio grazie a tutto questo.

E quando non ci si riconosce completamente? Quando non si hanno lo stesso corpo, la stessa voce, lo stesso sguardo come accade nell’adozione? Quando una trasformazione vorticosa non corrisponde affatto e non si riconosce né quella pelle lucente, né quelle capacità improvvise, né quelle difficoltà e crisi che non si sono avute? Quando anzi tutto questo corrisponde a qualcun altro che non si si è mai incontrato? Quando tutto è accaduto tutto troppo in fretta con un figlio che non è mai stato dentro abbastanza o magari è arrivato solo pochi (troppo pochi) anni fa?  Come trovare spazio in quegli occhi che contengono altri occhi, altri orizzonti?

I ragazzi a volte diventano incomprensibili, indecifrabili e, talvolta, fanno paura. Si temono le reazioni spropositate, gli scoppi d’ira, le opposizioni che davvero accadono, che davvero spiazzano e distruggono. Non si riesce a sentire di poter mediare, contenere, fermare. E non ci sono fermate in effetti. Si può realmente avvertire il pericolo di non avere il potere di “farci nulla”, di non potere affrontare qualcosa che viene da “fuori”, come se si avesse a che fare con un’estraneità che non si conosce, comprende e accetta e quindi risulta ingestibile. Se non dipende da “noi stessi” e dalla “nostra famiglia”, se non ha a che fare con “noi genitori”, è legittimo chiedersi come sia possibile appartenersi e recuperarsi.

Si appartiene mai in adozione e a chi? E’ possibile che alla prova dei rapidi cambiamenti, legami troppo incerti, si spezzino? E’ possibile avere così tanta paura di un figlio da temere di averlo nella propria casa?

La famiglia adottiva è una famiglia affollata, poliedrica, piena di troppe dichiarazioni ufficiali e di segreti ben tenuti dove il paradigma dell’amore che accoglie e trasforma è una sorta di maschera da indossare. E si finisce poi per indossarla con troppa serietà, l’interpretazione della famiglia adottiva perfetta. I sentimenti veri sono difficili da esprimere a volte, i desideri profondi di unità, le paure di non riuscire a raggiungersi, di non sapersi realmente. Il timore di perdersi, di non riuscire a costruire un “noi” reale e duraturo, di avere un legame a tempo o frangibile davanti alla potenza di un’alterità che non si riesce a controllare, sono fin troppo negati, ma sono lì, pronti ad emergere quando i figli distruggono facciate meticolosamente costruite.

Rubare, spacciare, spaccare, fuggire, farsi e fare del male demoliscono inesorabilmente l’immagine che si voleva dare di se e della propria famiglia. E diventa facile pensare che dipenda tutto da una dimensione adottiva eternamente condannata alla mancanza e all’insoddisfazione. Sembra quasi che l’adozione autorizzi a pensare che il danno sia proprietà esclusiva dei figli, e il paradigma troppo facilmente si trasforma da quello della “famiglia perfetta” a quello della “famiglia eroica”. Qualcosa va storto a volte ed anche molto. Il problema tuttavia non è solamente ciò che accade ma come in famiglia ciò che accade può venire elaborato.

E’ possibile tenere dentro quel che capita? Il rifiuto dei figli, la loro aggressività, trasgressività, il loro dolore? E’ sempre possibile vedere come noi reagiamo realmente e che parte abbiamo in tutto quello vorremmo non accadesse? E quando si è in grave difficoltà, come  e dove cercare un aiuto? Come continuare a credere di poter essere famiglie?

Abbandonandosi alla sensazione dell’appartenenza si avverte che possa significare credere fermamente di potersi ritrovare l’uno nell’altro, anche quando si è lontani. Sentire di avere la possibilità di potersi toccare in profondità, partecipi di una zona condivisa dove si entra assieme e dove si può stare spogliati del resto, capaci di guardarsi per chi si è, non più intralciati da un altrove sconosciuto, solo presenti in quell’istante così breve in cui ci si ferma e ci si vede, non più in corsa anche per un solo istante. Allora si è semplicemente ciò che si è e si ha la possibilità di riconoscersi in un’umanità che non ha bisogno di definizioni di alcun tipo. E’ la zona che si ricerca e si trova senza mappe, che non si insegna, cui non si conduce, è interiore e non possono altri costruirla al nostro posto. Lì ci si sfiora nell’emozione, ma a volte anche nello sconcerto o nella fatica. E’ solo una zona autentica, dove si è come si è.

Lì forse si possono intercettare figli in fuga e dire che si è umani come loro e si è qui. Anche i genitori hanno amato e odiato, hanno avuto paura e tanta, anche loro hanno subìto gli adulti, le loro aspettative, le loro contraddizioni, il loro amore invadente, la loro malvagità (a volte), anche loro volevano fuggire e volevano tornare. Erano come sono loro adesso, senza che nessuna differenza, di storia, di pelle, di taglio d’occhi, possa metterlo in discussione. Sono stati anche loro ragazzi e non sapevano cosa erano la morte e il tempo e il limite. Credevano di poter conquistare il loro mondo e di sfidarlo. Vivevano anche loro attraverso i propri amici, con loro, per loro, malgrado loro e usavano in modo differente dai propri genitori ogni tecnologia. E sognavano come i figli ora sognano. Avevano valori ed erano importanti e urgenti come ora, oggi, quelli dei figli sono.

Travalicare le differenze, smettere di avere paura, potrebbe passare attraverso l’accettarsi umani e fallibili e imperfetti. I genitori come i figli, bellissimi entrambi nonostante i tempi diversi e le differenti età. Forse attraverso questo reciproco riconoscimento di umanità c’è davvero la possibilità di vedersi, e allora sì di riconoscersi, di darsi reciprocamente qualcosa che può durare. Ed è questo poco descrivibile “qualcosa” che potrebbe venire in soccorso nei momenti di maggiore disperazione, un serbatoio di contatto cui attingere, cui ricorrere per ricordare chi veramente si è, per non perdersi di vista anche quando si è in distanza.

La dimensione adottiva è allora solo una risorsa in più, non più rinchiusa dalle parole proprie del danno e del trauma, permettendo di pensare al vero significato di appartenenza, non per nascita, non per sangue, non per somiglianza ma per incontro.

 

 

Stare in contatto

Stare in contatto con il mondo dei figli significa comprendere cosa dicono riuscendo ad essere disponibili ad aprirsi a zone della loro vita che non appartengono al presente, parti che riguardano loro, il loro passato e i loro genitori di origine dove le parole non abitano perché i genitori non possono narrarla, non erano presenti, protagonisti, e non possono farsi aiutare da ricordi. Non hanno deciso di concepire i figli, non li hanno sentiti dentro, non li hanno visti nascere, non c’erano nei loro primi fondamentali momenti, non hanno potuto proteggerli. Non possono inventare a chi assomigliassero, né ricordare cosa ne dicessero zii e nonni. È un territorio in cui si può solo entrare, con tanta attenzione, attraverso il loro presente. Si può intuirlo, percepirlo, essere attenti a quanto loro fanno arrivare. Entrando con delicatezza nella loro terra di origine si entra in contatto, anche senza esserne consapevoli, con i loro genitori, con il segno che loro hanno lasciato. Significa accedere a una dimensione, solo apparentemente paradossale, dove, da genitori adottivi, si ha la possibilità di porsi in continuità tra la storia passata e quella presente.

Il passaggio dal prima al dopo non resta come frattura da non sfiorare, ma ha la possibilità di essere percepito con fluidità, se ne può parlare soprattutto, si può ricordare (quando ricordi ci sono), ci si può fermare a pensarlo e immaginarlo, non spaventa, non crea giudizi o bisogni di dare significati che non si conoscono e a volte non esistono. Assume la morbidezza del pensiero possibile e consentito permettendosi di stare in quello che forse nemmeno i figli sanno raccontare, senza bisogno di ricordi espliciti ma semplicemente perché c’è stato un tempo, una nascita, un compleanno, un evento, che vale la pena pensare assieme, e forse celebrare con loro, ora nel presente, solo perché è loro, dandogli quello che ades so gli si può dare, anche solo un regalo che allora non c’è stato.

È in momenti come questi che non si tratta di dichiarazioni da fare, piuttosto di sentire la presenza dei genitori di prima accettandone la presenza nei figli, scoprendo di non dover comprenderne la vita, di poter andare avanti senza dover misurarcisi, né ritenerli i soli detentori del segreto essere dei figli. Stare in contatto significa anche tutto questo e quindi poter accettare i messaggi dei bambini e dei ragazzi non disturbati dalla confusione di troppi pensieri prefabbricati e che non hanno a che fare con quello che sta accadendo in quell’esatto istante, perché questo è l’istante da vivere, null’altro.

Da L’adozione una risorsa inaspettata di Anna Guerrieri e Francesco Marchianò

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén

Privacy Policy