Category: famiglia

Il danno

Il concetto di “ferita dell’abbandono” ha a che fare con una realtà ma anche con un costrutto ideologico. Avere vissuto un abbandono, la perdita dei punti di riferimento affettivi, la perdita delle figure di attaccamento è certamente traumatico. Lo è di per se, ma lo è in maniera differente da persona a persona. In realtà ogni evento traumatico (anche i più devastanti) sono percepiti differentemente a seconda di chi li subisce. Il trauma non è l’evento che accade, ma come si vive l’evento che accade. Evento che deve in qualche modo rendere impotente chi lo subisce, deve spossessarlo di se. Ma questa spossessione di sé, questa impotenza, non dipendono solo da cosa accade … ma da come accade e soprattutto da come lo si percepisce. L’entità dipende molto da noi soggetti che viviamo il momento traumatico. Non solo … quando si parla della perdita delle figure di attaccamento si parla di qualcosa che a seconda delle storie ha connotazioni diverse. C’è chi viene lasciato alla nascita e automaticamente viene accolto e adottato da altri, c’è chi dopo un abbandono passa anni in un istituto, o passa da un contesto a un altro. C’è chi non viene lasciato … ma subisce deprivazioni e abusi ripetuti. Cosa è più traumatico? L’essere stati lasciati o l’essere stati ripetutamente abusati? Ci sono bambini che non vengono lasciati mai da genitori abusivi e restano in famiglie dove subiscono sevizie psichiche e anche fisiche (basti pensare agli incesti), cosa è più forte? Quando si parla di eventi traumatici le storie sono davvero complesse ed è fondamentale non costruirvi dei paradigmi. Esiste una ideologia in proposito all’abbandono, quella della “ferita primaria”. Ha a che fare con l’idea che la perdita dei genitori di origine rappresenti un trauma di fatto non elaborabile. E’ dovuta a Newton Verrier. E la frase “ferita dell’abbandono” sembra diventare una sorta di mantra nell’adozione. Chi ha figli adottati dovrebbe sapere che hanno la ferita dell’abbandono. Una ferita pressoché indelebile. Ora chiunque lavori con le proprie esperienze traumatiche sa che ciò che ferisce non si cancella, non si elimina e la perdita dei genitori di origine sicuramente non è cosa che si spazza via. Ci sta nella vita di chiunque sia adottato, come ci sta tanto tutto ciò che è venuto prima e dopo di quella perdita (abusi? maltrattamenti, incuria? un passaggio veloce invece? perdita di coordinate affettive?) tuttavia non è una sorta di spiegazione di tutto. Nella vita di ognuno ci sta tutto il male subito e anche tutta la possibilità di elaborazione e di trasformazione. Per questo parlare di ferita dell’abbandono diventa ideologico. Lo diventa nel momento in cui si inizia a pensare che determini qualsiasi danno a posteriori. Questa almeno è la mia opinione. Credo che su questa pagina di fatto si stia parlando di questo. Toni o non toni, ogni amministratore di pagina ha i suoi, bisogna ad un certo punto chiedersi cosa si pensi dei bambini e dei ragazzi che incontriamo per adozione. Ragazzi e bambini rotti dentro? feriti irrimediabilmente? che se tireranno fuori un disagio o un disastro lo faranno solo in quanto “feriti” dall’abbandono subito? O ci dicono anche altro? E soprattutto perchè è necessario ragionare solo per stabilire chi ha (detiene) il “danno”? Non viviamo spesso tutti di danni reciproci?

Differenze, conflitti: laboratori con gli insegnanti

Resoconto su un ciclo di laboratori tenuto da Anna Guerrieri e Francesco Marchianò per insegnanti di un Istituto Comprensivo di una grande città. Gli insegnanti avevano chiesto di lavorare sulla costruzione di relazioni che permettessero, in classe, di gestire meglio l’inclusione e la gestione di situazioni conflittuali. 

Lavorare con insegnanti in modo laboratoriale su come affrontare differenze e conflitti ha bisogno di passaggi psico-educativi e riflessivi ma non può prescindere da un lavoro di gruppo e confronto che permetta l’apprendimento per esperienza. Costruire lo spazio del gruppo significa, prima di tutto. comprendere il bisogno dei partecipanti creando un luogo dove entrare in relazione attiva, una dimensione in cui osservare le relazioni all’interno gruppo e comprenderne le necessità. In questo contesto ha significato iniziare un primo dialogo su temi adatti (il senso dell’errore, di competizione, di limite) per tentare di intercettare il più possibile la pluralità dei bisogni dei singoli componenti cogliendo le sensazioni affioranti in superficie: l’aggressività, il giudicare, la curiosità, la voglia di stare.

E’ necessario conoscersi per sperimentare.

Quello che accade in un laboratorio ha la potenzialità di essere trasferito in classe. Come far si che accada in modo funzionale agli alunni?  La strada scelta è quella del far esperire, sia le differenze, sia la possibilità di permanere nel senso di differenza,  di non sentire l’urgenza di eliminarla dall’orizzonte aggiustando troppo rapidamente ciò che dà sconforto. Creare la dimensione dell’accoglienza è un passaggio fondamentale mettendosi in sintonia con il gruppo e i suoi componenti. Senza la sensazione dell’accoglienza non si potrebbe intervenire, mancherebbe la possibilità di agire quando necessario. Il parallelismo tra quanto accade nei laboratori e quanto potrebbe/dovrebbe avvenire in classe non viene esplicitato. Affiora in autonomia.

Che ruolo ha un insegnante in classe e quanto è solo?

Per cogliere il valore delle differenze in classe è importante riuscire a mettere in circolo un pensiero sulle differenze reciproche, misurandosi con la possibilità che le diverse impostazioni nel lavoro di ognuno possano essere ricchezza invece di ostacolo.  Condividere tra colleghi di una stessa classe differenti valori, credenze ed impostazioni, è un passaggio cruciale. Non significa omologarsi, bensì scoprirsi l’uno con l’altro in rapporto agli alunni. E’ possibile, ma è una possibilità che dipende tanto da come si rapportano gli insegnanti alla scuola come istituzione (alla Dirigenza ad esempio) e da che spazi fisici e ideali vengono loro dati per poterlo iniziare il confronto. Esiste uno spazio per farlo? O questo gruppo è il giusto spazio?

I conflitti possono essere una risorsa?

Per stare nel conflitto bisogna sentire in che posizione si è in rapporto a ciò che ci accade attorno e addosso. Individuando il “ruolo” come uno dei concetti chiave su cui lavorare, il gruppo può rivelarsi la dimensione giusta per iniziare una riflessione su quello che si percepisce in prima persona in classe nelle situazioni di conflitto, su come ci si sente non tanto come insegnanti ma come persone (fragili, forti, permeabili, resistenti…) Emergono proposte concrete sull’aumentare gli spazi di condivisione fra colleghi e sul poter a volte assistere alle lezioni gli uni degli altri.

Essere consapevoli della relatività del proprio sistema di riferimento rimane un mezzo per procedere sperimentandosi anche nei dissensi. E’ questo “fare” che poi può mettere in contatto con il “cosa fare” nelle interazioni con alunni e genitori.

Questa elaborazione teorica deve passare attraverso esperienze dirette e per questo è utile  mettere in gioco il gioco.

L’esperienza del gruppo

E’ a questo punto, dopo aver percepito la realtà di un’accoglienza reciproca possibile, che si può iniziare a fare laboratorio effettivamente. Le azioni messe in pratica sono volte a sollecitare le tematiche della: cooperazione, relazione tra colleghi, leadership di gruppo, democrazia di gruppo, lavoro verso obiettivi comuni.

Gioco 1: Il gruppo viene suddiviso in tre sottogruppi. Per prima cosa ogni gruppo si dà un nome. Viene individuato un portavoce che spiega il motivo del nome scelto e a cui viene chiesto di raccontare come è avvenuta la scelta del nome, come è stata la cooperazione interna, come le idee si sono integrate tra loro e il clima che si è creato nel lavorare assieme. Si riflette sulle leadership che emergono nei gruppi e come coesistono. Alcuni gruppi decidono che le presentazioni successive saranno fatte collettivamente. Emerge sin dalla prima fase il tema dell’appartenenza (la scelta dei membri è stata fatta in modo del tutto casuale grazie all’ordine alfabetico). Poi ogni gruppo viene invitato a lavorare su un obiettivo che non ha a che fare con il mondo scuola direttamente (pensare a se e non ai propri alunni, pensarsi fuori dal contesto presente, proiettarsi all’esterno è utile per darsi respiro) ma con il mondo del lavoro in generale. In particolare ad ognuno di loro viene dato  (o si sono scelti) un simbolo concreto, un oggetto che rappresenta il loro luogo di lavoro o i valori del loro luogo di lavoro. Su quell’oggetto lavoreranno per descriverne la funzionalità ideale e simbolica. Gli oggetti: una mongolfiera, un guanto da cucina, un albero. I sottogruppi si immergono con serietà nel lavoro da svolgere. Nella fase della restituzione vengono intervistati su come si sono sentititi (come si lavorava in gruppo e come stavano gli individui). La fase espositiva è commentata coralmente. Emerge un’analisi sul lavorare assieme e sulle strategie per affrontarlo e su cosa portarsi dietro da una simile esperienza. I lavori hanno attivato tanti pensieri su: Coraggio. Dal nulla al nuovo. Da un’idea a un progetto. Lentezza. Che un posto di lavoro sia un luogo da cui anche poter andare via. Legame. Ruoli per arrivare ad uno scopo. Protezione. Sicurezza. Continuità e radici. Dare valore a oggetti banali. Gentilezza. Strategie per gestire i conflitti. Evitare le scottature e mediare. No compromessi.

Tornando in classe simbolicamente

Gioco 2: Viene proposta una simulata su un evento-scuola: un’insegnante interroga un 16enne che pur essendo solitamente bravo sta attraversando un periodo di crisi e non ha studiato. Il resto del gruppo agisce come “La classe”. Il gruppo si cala nella parte, partecipando in modo vitale e vivace. Alcuni si inventano personaggi ulteriori (la bidella che entra).

Finita la simulata viene chiesto ai protagonisti come si sono sentiti e viene restituita una visuale esterna di quanto accaduto. Il gruppo sente che quanto è rappresentato è anche oltremodo realistico. Si parla di giustizia, di come si “tiene” l’aula, di autorevolezza e flessibilità. I ragazzi (anche questi ragazzi) sono assolutamente protagonisti dello spazio. Si può riflettere sullo spazio che la professoressa lascia alla relazione con il ragazzo dando uno spazio di manovra che permette la via di uscita. La classe era reattiva e partecipe nelle negoziazioni sul voto. Tutta la scena vissuta era non solo realistica ma reale, gli insegnanti di fatto portavano in scena i ragazzi che avevano nella mente ed è possibile avviare una riflessione su quanto accade per davvero la mattina nelle classi. Sono emersi i ruoli reciproci, quanto sia l’insegnante a fare la classe, quanto cruciale siano le reciproche relazioni e come sia utile potersi vedere da “fuori” attivando una dimensione di riflessione su di se. Quanto emerso da questo incontro mette in evidenza la voglia di essere “protagonisti insieme”, di lavorare per un obiettivo condiviso. In questo incontro è in evidenza la parte sociale dell’insegnante che spesso rimane viva e vitale nella relazione e nel lavoro con gli alunni, ma che ha enormi potenzialità con i colleghi. Potersi dedicare del tempo è un elemento fondamentale anche per gli adulti.

I genitori

Gioco 3: Nel terzo laboratorio viene avviato un processo per far si che “la scuola” includa “la famiglia”, ossia l’esterno, completando così un movimento che attraverso teoria e pratica parte dall’individuo e dai suoi valori, per passare al gruppo e ai ruoli ed infine aprire all’esterno e alle differenze.

I partecipanti sono distribuiti in due cerchi concentrici. Il cerchio più piccolo interpreta un dibattito fra insegnanti e genitori. Il cerchio più grande ascolta. Nel cerchio più piccolo una sedia è vuota, si può occuparla chiedendo il permesso e interpretando, avendolo dichiarato prima, o il genitore o l’insegnante. Ci si dà un tempo per l’intervento da fuori per permettere l’avvicendamento.

Il dibattito tra genitori e insegnanti non è su argomenti privati, il tema è: le famiglie di una scuola desiderano dare un contributo alla scuola, in che modo possono farlo? Il gruppo viene attivato quindi a mettersi alla prova in un laboratorio di pensiero in comune che permette agli insegnanti (attraverso l’interpretazione dei differenti ruoli e la modalità del dibattito) di pensare ai rapporti con le famiglie in generale e con i genitori che vedono realmente.

L’immedesimazione dei partecipanti è molto intensa andando a rappresentare la difficoltà dei genitori a riuscire ad entrare nei ritmi e negli orari della scuola e la frustrazione degli insegnanti a sentirsi sempre considerati poco disponibili o inaccessibili.

Si parla della difficoltà di condivisione del progetto educativo che propone la scuola e della difficoltà di contatto reale tra genitori e scuola. I genitori chiedono condivisione ma poi la partecipazione è reale o solo dovuta ai bisogni particolari dei figli? Il dibattito diventa molto acceso e la sedia vuota vede alternarsi rapidamente persone impegnate a rappresentare differenti ruoli. Il Consiglio di Classe viene discusso come spazio di incontro ma non come lo spazio giusto per il rapporto scuola- famiglia. Si parla degli open-days, del registro elettronico, ogni mezzo per approfondire contatto e condivisione. Si osserva nel gruppo il delinearsi di ruoli tra gli insegnanti (alcuni rappresentano “la legge”, altri “il dialogo”). Il cerchio più grande interpreta quanto vede accadere nel cerchio più piccolo e alla conclusione della sperimentazione l’intero gruppo è disponibile ad un confronto approfondito su temi molto vicini: chi è l’insegnante? Quale è il suo ruolo? L’insegnante è colui che lascia il segno, che guida, che riesce a tirar fuori le abilità dei ragazzi, è un compagno di viaggio, agisce con empatia, sta nell’area del sentimento, è un educatore (di vita), dà l’esempio, accompagna, sa modularsi e prendere il meglio di ogni bambino, sta al livello dei suoi bambini, ha percezione dei bambini, sa giocare con loro.

Esprimere che un insegnante possa essere compagno di gioco permette di fermarsi sull’importanza e la complessità evocata. La scuola è chiamata a toccare una molteplicità di aree allo stesso tempo. La fatica di interpretarle tutte non può che essere notevole (compagno di giochi nell’apprendimento, nel divertimento, nel vivere assieme tanto tempo e nel condividere lo spazio, …). Quella che il gruppo descrive alla fine è una ricchezza di ruolo complessa. Si può solo constatare quanto sia delicato il ruolo di chi deve esprimere forza e dolcezza (ossia autorevolezza) nello stesso istante. Essere consapevoli in gruppo del proprio ruolo d’altra parte è la sola maniera di riuscire poi ad accogliere ciò che viene dall’esterno, portato dal rapporto con le famiglie o con gli alunni.

Includere le differenze, i differenti punti di vista, è possibile solo conoscendo con chiarezza la propria posizione rispetto agli altri.

Ferrara 11-12 maggio 2018

VENERDÌ 11 MAGGIO 2018 – dalle ore 15,00 alle ore 17,30
presso Istituto “Luigi Einaudi” – Via Savonarola 32 – Ferrara

SEMINARIO: “LA SCUOLA ACCOGLIENTE” – Strumenti e buone prassi per includere e favorire il benessere e l’apprendimento degli alunni fuori dalla famiglia di origine

PROGRAMMA

  • ore 15,00 – Registrazione partecipanti
  • ore 15,15 – Saluti di benvenutoDott.ssa Francesca Massellani – Presidente “Dammi la Mano Onlus” – Dott. Massimo Maisto – Assessore alla Cultura del Comune di Ferrara
  • ore 15,30 – Incroci di vita differenti e Scuola: cosa impariamo dalle Linee Guida per il diritto o allo studio delle alunne e degli alunni fuori dalla famiglia di origine. Prof.ssa Anna Guerrieri – Referente Scuola Coordinamento “CARE”, “Genitori si diventa Onlus”.
  • ore 16,15 – Costruire alleanze educative tra insegnanti e genitori per migliorare la capacità di accogliere storie speciali e garantire il benessere di tutta la classe. Dott.ssa Monica Nobile – pedagogista, counselor, formatrice e Giudice Onorario presso il Tribunale per i minorenni e la Corte d’appello di Venezia.
  • ore 17,00 – Testimonianze di famiglie affidatarie.
  • ore 17,30 – Chiusura lavori

 

SABATO 12 MAGGIO 2018 – dalle ore 9,15 alle ore 12,00
presso Istituto “Luigi Einaudi” – Via Savonarola 32 – Ferrara

FORMAZIONE – Le relazioni tra allievi, con gli insegnanti e con le famiglie. Gestire la conflittualità e promuovere il benessere in classe

PROGRAMMA

  • Ore 9,15 – Registrazione partecipanti
  • Ore 9,30 – Inizio lavori condotto dalla Prof.ssa Anna Guerrieri e dalla Dott.ssa Monica Nobile.Verranno presenta contributi teorici e pratici che riprendono il METODO GORDON per la risoluzione dei conflitti senza vincitori né vinti e si sperimenteranno le quattro tecniche fondamentali: ascolto attivo, messaggio in prima persona, metodo del problem solving, metodo senza perdenti. Verranno stimolate discussione e confronto ricorrendo a tecniche di comunicazione basate su mediazione ed accordo.
  • Ore 12,00 – Chiusura lavori

Figli e genitori: adolescenza

Riconoscersi in un figlio adolescente significa guardarsi negli occhi di una persona in rapido cambiamento. E’ il momento in cui il tempo dei genitori e il tempo dei figli non è più accordato dallo stesso diapason: gli uni dentro al presente, gli altri tra un passato ormai ampio e un futuro di cui si inizia a scorgere (e temere) il limite. L’adolescenza dei figli sorprende, risveglia all’improvviso. I figli si trasformano, il loro corpo, bruscamente ben oltre i contorni dell’infanzia, si amplifica e risplende anche nelle disarmonie, mentre quello dei genitori, nonostante gli sforzi, si contrae, invecchia.

Quello che passa nella loro mente e nei loro cuori  appare in lontananza. Sono così evidenti e plateali nelle richieste, urgenti, e al tempo stessi trasversali e abilmente nascosti nel tentativo (spesso efficacissimo) di non essere troppo visibili agli occhi indagatori (e possessivi) degli adulti. Escono, entrano, scompaiono nella propria stanza, sfuggono veloci fuori casa e nei propri mondi, costantemente in connessione con qualcun altro, eternamente altrove, sempre più rapidi nel saper come comunicare senza essere intercettati, un passo avanti nella criptazione dei loro messaggi, tecnologicamente ben oltre le sperimentazioni adulte.

Assomigliarsi e ritrovarsi, allora, significa farlo in corsa assistendo ad una trasformazione che si riconosce solo se la si riesce a ricordare, ad ammettere che la si è già vissuta. Un tempo anche i loro genitori sono stati esattamente così, rapidi e scomposti, assorti ed estroversi, arrabbiati e innamorati, impauriti e desiderosi. Anche loro un tempo avevano la stessa pelle, lo stesso corpo irriconoscibile, lo stesso sguardo, il medesimo ritmo. Rispecchiarsi significa nonostante le contraddizioni, le contestazioni, o forse proprio grazie a tutto questo.

E quando non ci si riconosce completamente? Quando non si hanno lo stesso corpo, la stessa voce, lo stesso sguardo come accade nell’adozione? Quando una trasformazione vorticosa non corrisponde affatto e non si riconosce né quella pelle lucente, né quelle capacità improvvise, né quelle difficoltà e crisi che non si sono avute? Quando anzi tutto questo corrisponde a qualcun altro che non si si è mai incontrato? Quando tutto è accaduto tutto troppo in fretta con un figlio che non è mai stato dentro abbastanza o magari è arrivato solo pochi (troppo pochi) anni fa?  Come trovare spazio in quegli occhi che contengono altri occhi, altri orizzonti?

I ragazzi a volte diventano incomprensibili, indecifrabili e, talvolta, fanno paura. Si temono le reazioni spropositate, gli scoppi d’ira, le opposizioni che davvero accadono, che davvero spiazzano e distruggono. Non si riesce a sentire di poter mediare, contenere, fermare. E non ci sono fermate in effetti. Si può realmente avvertire il pericolo di non avere il potere di “farci nulla”, di non potere affrontare qualcosa che viene da “fuori”, come se si avesse a che fare con un’estraneità che non si conosce, comprende e accetta e quindi risulta ingestibile. Se non dipende da “noi stessi” e dalla “nostra famiglia”, se non ha a che fare con “noi genitori”, è legittimo chiedersi come sia possibile appartenersi e recuperarsi.

Si appartiene mai in adozione e a chi? E’ possibile che alla prova dei rapidi cambiamenti, legami troppo incerti, si spezzino? E’ possibile avere così tanta paura di un figlio da temere di averlo nella propria casa?

La famiglia adottiva è una famiglia affollata, poliedrica, piena di troppe dichiarazioni ufficiali e di segreti ben tenuti dove il paradigma dell’amore che accoglie e trasforma è una sorta di maschera da indossare. E si finisce poi per indossarla con troppa serietà, l’interpretazione della famiglia adottiva perfetta. I sentimenti veri sono difficili da esprimere a volte, i desideri profondi di unità, le paure di non riuscire a raggiungersi, di non sapersi realmente. Il timore di perdersi, di non riuscire a costruire un “noi” reale e duraturo, di avere un legame a tempo o frangibile davanti alla potenza di un’alterità che non si riesce a controllare, sono fin troppo negati, ma sono lì, pronti ad emergere quando i figli distruggono facciate meticolosamente costruite.

Rubare, spacciare, spaccare, fuggire, farsi e fare del male demoliscono inesorabilmente l’immagine che si voleva dare di se e della propria famiglia. E diventa facile pensare che dipenda tutto da una dimensione adottiva eternamente condannata alla mancanza e all’insoddisfazione. Sembra quasi che l’adozione autorizzi a pensare che il danno sia proprietà esclusiva dei figli, e il paradigma troppo facilmente si trasforma da quello della “famiglia perfetta” a quello della “famiglia eroica”. Qualcosa va storto a volte ed anche molto. Il problema tuttavia non è solamente ciò che accade ma come in famiglia ciò che accade può venire elaborato.

E’ possibile tenere dentro quel che capita? Il rifiuto dei figli, la loro aggressività, trasgressività, il loro dolore? E’ sempre possibile vedere come noi reagiamo realmente e che parte abbiamo in tutto quello vorremmo non accadesse? E quando si è in grave difficoltà, come  e dove cercare un aiuto? Come continuare a credere di poter essere famiglie?

Abbandonandosi alla sensazione dell’appartenenza si avverte che possa significare credere fermamente di potersi ritrovare l’uno nell’altro, anche quando si è lontani. Sentire di avere la possibilità di potersi toccare in profondità, partecipi di una zona condivisa dove si entra assieme e dove si può stare spogliati del resto, capaci di guardarsi per chi si è, non più intralciati da un altrove sconosciuto, solo presenti in quell’istante così breve in cui ci si ferma e ci si vede, non più in corsa anche per un solo istante. Allora si è semplicemente ciò che si è e si ha la possibilità di riconoscersi in un’umanità che non ha bisogno di definizioni di alcun tipo. E’ la zona che si ricerca e si trova senza mappe, che non si insegna, cui non si conduce, è interiore e non possono altri costruirla al nostro posto. Lì ci si sfiora nell’emozione, ma a volte anche nello sconcerto o nella fatica. E’ solo una zona autentica, dove si è come si è.

Lì forse si possono intercettare figli in fuga e dire che si è umani come loro e si è qui. Anche i genitori hanno amato e odiato, hanno avuto paura e tanta, anche loro hanno subìto gli adulti, le loro aspettative, le loro contraddizioni, il loro amore invadente, la loro malvagità (a volte), anche loro volevano fuggire e volevano tornare. Erano come sono loro adesso, senza che nessuna differenza, di storia, di pelle, di taglio d’occhi, possa metterlo in discussione. Sono stati anche loro ragazzi e non sapevano cosa erano la morte e il tempo e il limite. Credevano di poter conquistare il loro mondo e di sfidarlo. Vivevano anche loro attraverso i propri amici, con loro, per loro, malgrado loro e usavano in modo differente dai propri genitori ogni tecnologia. E sognavano come i figli ora sognano. Avevano valori ed erano importanti e urgenti come ora, oggi, quelli dei figli sono.

Travalicare le differenze, smettere di avere paura, potrebbe passare attraverso l’accettarsi umani e fallibili e imperfetti. I genitori come i figli, bellissimi entrambi nonostante i tempi diversi e le differenti età. Forse attraverso questo reciproco riconoscimento di umanità c’è davvero la possibilità di vedersi, e allora sì di riconoscersi, di darsi reciprocamente qualcosa che può durare. Ed è questo poco descrivibile “qualcosa” che potrebbe venire in soccorso nei momenti di maggiore disperazione, un serbatoio di contatto cui attingere, cui ricorrere per ricordare chi veramente si è, per non perdersi di vista anche quando si è in distanza.

La dimensione adottiva è allora solo una risorsa in più, non più rinchiusa dalle parole proprie del danno e del trauma, permettendo di pensare al vero significato di appartenenza, non per nascita, non per sangue, non per somiglianza ma per incontro.

 

 

Stare in contatto

Stare in contatto con il mondo dei figli significa comprendere cosa dicono riuscendo ad essere disponibili ad aprirsi a zone della loro vita che non appartengono al presente, parti che riguardano loro, il loro passato e i loro genitori di origine dove le parole non abitano perché i genitori non possono narrarla, non erano presenti, protagonisti, e non possono farsi aiutare da ricordi. Non hanno deciso di concepire i figli, non li hanno sentiti dentro, non li hanno visti nascere, non c’erano nei loro primi fondamentali momenti, non hanno potuto proteggerli. Non possono inventare a chi assomigliassero, né ricordare cosa ne dicessero zii e nonni. È un territorio in cui si può solo entrare, con tanta attenzione, attraverso il loro presente. Si può intuirlo, percepirlo, essere attenti a quanto loro fanno arrivare. Entrando con delicatezza nella loro terra di origine si entra in contatto, anche senza esserne consapevoli, con i loro genitori, con il segno che loro hanno lasciato. Significa accedere a una dimensione, solo apparentemente paradossale, dove, da genitori adottivi, si ha la possibilità di porsi in continuità tra la storia passata e quella presente.

Il passaggio dal prima al dopo non resta come frattura da non sfiorare, ma ha la possibilità di essere percepito con fluidità, se ne può parlare soprattutto, si può ricordare (quando ricordi ci sono), ci si può fermare a pensarlo e immaginarlo, non spaventa, non crea giudizi o bisogni di dare significati che non si conoscono e a volte non esistono. Assume la morbidezza del pensiero possibile e consentito permettendosi di stare in quello che forse nemmeno i figli sanno raccontare, senza bisogno di ricordi espliciti ma semplicemente perché c’è stato un tempo, una nascita, un compleanno, un evento, che vale la pena pensare assieme, e forse celebrare con loro, ora nel presente, solo perché è loro, dandogli quello che ades so gli si può dare, anche solo un regalo che allora non c’è stato.

È in momenti come questi che non si tratta di dichiarazioni da fare, piuttosto di sentire la presenza dei genitori di prima accettandone la presenza nei figli, scoprendo di non dover comprenderne la vita, di poter andare avanti senza dover misurarcisi, né ritenerli i soli detentori del segreto essere dei figli. Stare in contatto significa anche tutto questo e quindi poter accettare i messaggi dei bambini e dei ragazzi non disturbati dalla confusione di troppi pensieri prefabbricati e che non hanno a che fare con quello che sta accadendo in quell’esatto istante, perché questo è l’istante da vivere, null’altro.

Da L’adozione una risorsa inaspettata di Anna Guerrieri e Francesco Marchianò

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