Category: Adozione

Scuola e adozione: parlarne con chi?

Parlare di sostegno alla famiglia adottiva significa prima di tutto vederla nella sua realtà concreta e sociale, per come si pone ed è nei contesti in cui diviene ed evolve. Significa assumere una prospettiva ecologica e pensarla in connessione con i molteplici sistemi che con essa interagiscono e ne influenzano il funzionamento, tra cui la scuola.

Parlare di scuola e adozione, dunque, rivolgendosi solo agli insegnanti, oppure solo agli operatori dei servizi, oppure solo ai genitori diventa riduttivo (spesso necessario ma anche tanto limitato). Bisogna, quando possibile, immaginare di farlo con un pubblico vasto e variegato pensando di mettere “in connessione” piuttosto che “dividere”, poiché solo la contaminazione reciproca può permettere di interagire, di vedersi, conoscersi. Bisogna essere insieme per trovare un comune linguaggio.

Proviamo allora ad enucleare alcune parole chiave che permettano ad ognuno (genitore, insegnante, operatore) la propria riflessione quando si pensa al figlio, al bambino, al ragazzo adottato che entra in classe.

Interno/Esterno – La scuola rappresenta l’interazione con la società, significa per la famiglia portare i figli fuori, nel mondo e guardarli con gli occhi con cui il mondo li guarda. Lasciando i figli entrare a scuola li si lascia varcare una soglia di confine, permettendo di passare dall’interno (della famiglia), all’esterno (nella società). E come i bambini portano il loro interno in classe, così poi l’esterno irrompe in famiglia (con le sue esigenze, richieste, giudizi).

Fiducia/Legittimità – Lasciare i figli sulla soglia della scuola interroga i genitori e in particolare la loro fiducia nel mondo dove portano i figli, la fiducia effettiva che hanno nei propri figli e quindi in sé stessi come genitori. A scuola ogni differenza appare ingrandita ed isolata in una luce troppo cruda e potente: differenza di storia, di modalità di apprendere, di comportamenti … Pensare i propri figli a scuola significa affidarsi e credere nelle reciproche appartenenze, sentirsi famiglia legittima e riconosciuta socialmente.

Origini/Accoglienza – La scuola è parte dell’ambiente del ragazzo, del bambino. E’ il suo scenario, il suo landscape, il luogo dove vive molto del suo tempo, impara, interagisce e viene stimolato a prendere ed apprendere, a misurarsi con se stesso e gli altri, a raccontarsi. E’ a scuola che porta chi è, cosa è e come ha vissuto: paure, stanchezze, desideri, gioie, entusiasmi, frustrazioni. E i bambini mettono in discussione gli adulti semplicemente essendo sé stessi ed agendo. Portano in classe le proprie storie anche senza dirle a parole ed è proprio queste storie spesso che gli adulti non riescono ad ascoltare, accettare e cui è difficile restituire significato. Sono storie che rendono unici e particolari i protagonisti, difficili da relativizzare. Hanno a che fare con non detti, silenzi, assenze e presenze ingombranti. Loro in classe portano questo e in classe sono stimolati a dirsi. Ma sino a che punto possono? Sino a che punto è permesso, dalle famiglie stesse o dagli insegnanti? E ci sarà qualcuno ad accoglierli, dopo, a permettergli di sentirsi usuali nonostante tutto? Quando a scuola si parla di storia personale, di storia tout court, di geografia, di genetica si entra nel prima di cui si sa soprattutto quello che è scritto sulla pelle dei ragazzi, quello che loro sanno, le loro origini appunto. Non si può certo ridurre tutto a una scheda, a un progetto, a un metodo. Si tratta piuttosto di essere disponibili all’ascolto e al dialogo.

Crisi/Resilienza – Nei momenti di crisi (quando i figli crescono ad esempio) la scuola e ciò che vi accade o non vi accade è spesso in primo piano come luogo di ripetuti fallimenti, di scontro famigliare, di aspettative disattese. Tuttavia è proprio la scuola, come ambiente diverso dalla famiglia, come luogo di incontri con altri pari e altri adulti, che può invece configurarsi come spazio di nuova affermazione di sé e di ritrovate possibilità.  Basta pensarlo possibile per avere la possibilità che accada grazie ad un paziente effettivo lavoro di rete. E’ vero? E se lo è talvolta, come mai non lo è sempre? Cosa ci manca per renderlo possibile sempre?

Esistono certamente altre parole evocate dal binomio scuola e adozione. Quali sono le vostre?

Adozione&Scuola: parlarne ancora!

Il diritto all’istruzione è il diritto alla conquista del più elevato livello di competenza possibile, tuttavia, gli indicatori critici sugli alunni con fragilità ci impongono di fare di più e di continuare a chiederci come creare strategie efficaci per evitare il crescere della dispersione (da leggere le recenti indagini di Eurostat e Tuttoscuola).

Nel caso degli alunni con storie di adozione, 4 anni dopo la firma delle Linee di Indirizzo (1), la domanda è: serve ancora parlare di adozione&scuola?

In questi 4 anni ho seguito circa 50 incontri di formazione nelle scuole, con gli insegnanti, i genitori e gli operatori pubblici e privati, e posso affermare l’esistenza di una vasta esperienza Italiana in materia, dovuta sicuramente anche alla sinergia tra l’associazionismo familiare e i servizi pubblici e privati (2).  Esistono d’altra parte importanti esperienze estere (3). Tuttavia allo stesso tempo è chiaro che resistono nodi importanti dovuti a svariati fattori, tra cui la difficoltà a promuovere una formazione omogenea e continuativa in tutto il paese come anche la necessità di fare i conti con il continuo turnover degli operatori della scuola.

L’esperienza dell’adozione d’altra parte, sebbene diffusa, non è usuale e questo continua ad innescare nelle famiglie sensazioni di unicità e incomunicabilità. Le coppie (4) che adottano in media, quando accompagnano i propri figli in classe, non “ricordano da vicino” il mondo della scuola. Nell’adozione internazionale la maggior parte dei bambini arriva tra i 5 e i 9 anni e la famiglia che si costituisce si trova a dover procedere con un repentino inserimento sociale. E’ da notare tra l’altro che i bambini con bisogni speciali sono in continuo aumento (5) e proprio questi avrebbero bisogno di tempi rilassati e di attenzioni ulteriori. Le Scuole infine sembrano non essere ancora abbastanza consapevoli di cosa significhi l’adozione.

In conclusione i punti critici osservati dalle famiglie restano:

  • La fase del primo ingresso e il progetto di inserimento scolastico.
  • Come vengono affrontati il concetto di famiglia, la storia personale e l’identità adottiva in classe.
  • Il dialogo scuola-famiglia.
  • La gestione delle questioni riguardanti la privacy in adozione nazionale.
  • I bisogni speciali: difficoltà di apprendimento, difficoltà diagnostiche, comportamenti “problema”.
  • Pre-adolescenza e adolescenza. Momenti di crisi.

 

E’ sempre molto necessario quindi che le Linee di indirizzo siano note a dirigenti, insegnanti, servizi e operatori del settore come anche ai genitori stessi. Esserne informati è uno step cruciale e non si può certo abbassare la guardia dando per scontato che tutti le abbiano e le conoscano.

 

Sinteticamente, i concetti attorno cui ruotano sono: Tempo. Flessibilità. Rete. Consapevolezza.

 

Tempo

I bambini, all’inizio hanno bisogno di tempo in famiglia, di iniziare a capire dove sono capitati e cosa sta succedendo. I primi tempi sono i tempi della creazione dei legami e l’ingresso a scuola deve rispettare queste necessità sia per i bambini adottati nazionalmente che internazionalmente. La classe d’ingresso si può stabilire sulla base del contesto reale e non sulla base solo anagrafica. Per i bambini in età scolare che ne hanno bisogno si può procedere ad un inserimento che scivoli indietro di un anno (ci sono casi particolari in cui si è proceduto a una differenza di due anni). E’ possibile – come noto –  derogare l’ingresso alla primaria per i bambini maggiormente vulnerabili in presenza di semplice documentazione (Enti autorizzati, Servizi, NPI, …) ed in assenza di certificazione.

Flessibilità

I dati dei bambini e ragazzi in affido pre-adottivo a rischio giuridico in adozione nazionale vanno protetti. A scuola, si usa quindi il cognome dei genitori adottivi anche nelle fasi del collocamento e si procede all’iscrizione alle prime classi senza usare le piattaforme online. Si dà, nelle segreterie, piena accoglienza all’assenza eventuale di dati (temporanea) in adozione internazionale. Si può naturalmente procedere alle iscrizioni in qualsiasi momento dell’anno anche se questo non garantisce automaticamente l’iscrizione ad una scuola se al completo per numero di alunni (in casi particolari l’intervento dei Servizi Territoriali può agevolare). Gli inserimenti vanno sempre strutturati gradualmente: vanno previsti tutti i tempi necessari e tutte le articolazioni didattiche soprattutto nelle situazioni più complesse (per età dei ragazzi, per precedente storia, …). Infine va sempre posta attenzione alla progettualità: molti temi (come quello della famiglia nella scuola dell’Infanzia e nella Primaria, la storia personale nella scuola primaria …) possono essere rivisti e rivisitati.

Rete

Le Linee di indirizzo chiedono alle scuole di individuare dei referenti (possono anche essere referenti inclusione ) che:

  • conoscano le tematiche riguardanti l’adozione.
  • accolgano le famiglie informandole degli stili educativi della scuola, della progettazione generale, delle progettazioni sul tema, dell’attuazione delle Linee di indirizzo.
  • siano punto di riferimento per Dirigente e colleghi.
  • promuovano informazione nella scuola.
  • siano in rete con il territorio.

Queste sono le persone che possono dare una prima accoglienza alle famiglie, un primo ascolto, soprattutto nella fase in cui la famiglia si mette in moto alla ricerca di una scuola per i propri figli (sia quelli appena arrivati, sia quelli arrivati da tempo). Si tratta di persone che concretamente possono contribuire alla creazione di una più vasta rete territoriale quando entrano in contatto con i servizi pubblici e privati che accompagnano le famiglie. Da notare che la collaborazione tra questi ultimi e le scuole può essere cruciale per la risoluzione di eventi critici. Per questo è utile creare occasioni di reciproca conoscenza, proprio perché è nelle situazioni di crisi che non si possono sottovalutare risorse inaspettate che possono venire anche dai molteplici spazi della galassia scolastica (pubblica, paritaria, privata non paritaria, formazione regionale, ecc.).

Consapevolezza

Gli insegnanti hanno bisogno di sapere chi hanno in classe ed hanno bisogno di comprendere (anche a grandi linee) cosa significhi essere adottati. Questo è quello che può permette di individuare le metodologie didattiche più utili: allenamento emotivo, meta-cognizione, apprendimento cooperativo, uso di didattica personalizzata o individualizzata in presenza di diagnosi specifiche o necessità evidenti sebbene non ancora diagnosticate. In generale l’esperienza suggerisce come potenzialmente utile avere:

  • Incontri regolari con la famiglia dove stabilire obiettivi raggiungibili (molto necessario in fasi delicate come il primo inserimento).
  • Notare se esistono comportamenti che si ripetono e cosa li innesca.
  • Aiutare i bambini e i ragazzi a riconoscere e nominare i propri sentimenti ed emozioni (non dando per scontato che si conoscano e comprendano bene tutte le parole).
  • Condividere nel gruppo docente i successi e garantire una comunicazione scuola famiglia che includa gli aspetti positivi.
  • Non sottovalutare cambiamenti nella routine scolastica (feste, vacanze, supplenze …).
  • Immaginare la possibilità di momenti critici quando si parla di storia personale e famigliare, quando avvengono contatti (formali o informali) con la famiglia di origine, ecc..
  • Posizionare gli alunni in classe in modo da garantire attenzione.
  • Condividere con i colleghi le strategie positive.

In conclusione

Quando i genitori accompagnano figli a scuola per la prima volta spesso li conoscono poco e conoscono in realtà poco se stessi come genitori. Desiderano sentirsi accolti e sentire accolti i propri figli, hanno dubbi, sogni, attese. Quando i figli crescono, i genitori fanno i conti con le fragilità dei ragazzi e le proprie, con le aspettative avute e talvolta disattese. Si misurano con figli che rievocano il pensiero di origini altre, non sanno quanta fiducia possono avere nella solidità della propria famiglia. Talvolta si sentono guardati e giudicati.

Una famiglia che si sente pienamente legittimata tuttavia e sente di avere risorse, è una famiglia che può sostenere i propri figli in percorsi anche molto accidentati e, portando nella scuola il pensiero delle “storie differenti”, apre la possibilità per tutti di dare spazio a storie nuove.

L’insegnante che accoglie in classe i ragazzi, d’altra parte, ha bisogno a sua volta di sentire il proprio ruolo con chiarezza e di contare sulla propria autorevolezza, rapportandosi prima di tutto ad ogni singolo alunno nella costruzione di un gruppo che sappia accogliere chi arriva evitando di trasformare la sua novità in una differenza inavvicinabile.

E’ fondamentale per genitori e insegnanti, quindi, potersi affidare reciprocamente dando spazio alla possibilità di un buon incontro. E’ proprio nel riconoscimento dei reciproci ruoli, infatti, che è possibile, per gli adulti, costruire uno spazio sufficientemente sicuro per i ragazzi che lo abiteranno.

E dunque, SI, bisogna parlarne ancora, di scuola&adozione e bisogna continuare a “fare” ben sapendo che si tratta di un fare che rapidamente travalica la specificità adottiva ma contribuisce a sostenere il benessere scolastico di molti altri alunni, non adottati.

 

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A scuola – dal Blog di Genitori si diventa

NOTE

  1. Le Linee di indirizzo per il diritto allo studio degli alunni adottati sono state scritte dal MIUR all’interno del protocollo firmato il 26 marzo 2013 con il Coordinamento CARE.

  2. Si consiglia di prendere visione del sito del Coordinamento CARE per avere un quadro delle attività avviate dalle associazioni familiari. A livello di rete territoriale sono poi da citare i progetti e i protocolli realizzati in Val D’Aosta, nelle provincie di Monza e Varese, in Emilia Romagna, in Umbria, in Toscana, nella provincia di Messina e in Sicilia, in Puglia, nel Lazio. Da notare infine il processo di formazione sul tema degli operatori pubblici e privati coinvolti nell’adozione realizzato in ER e avviato e ancora in corso nel Lazio.
  3. Sono da citare ad esempio le esperienze di Louise Bomber, autrice del testo “Feriti dentro”, la Guida dell’Essex County Council post adoption team, la guida Getting it right for every child del Welsh Government in UK e il testo Making SPACE for Learning dell’Australian Childhood Foundation Protecting Children www.childhood.org.au.
  4. Il 74,8% delle coppie in adozione internazionali sono tra i 40 e i 49 anni – Report CAI Aprile 2018.
  5. Nel primo trimestre 2018 il 66% – report CAI.

 

Anna Guerrieri – Referente scuola Coordinamento CARE, ha partecipato alla stesura delle Linee di Indirizzo per il diritto allo studio degli alunni adottati. Fa formazione sul tema con gli insegnanti, i servizi, i gruppi di genitori. Docente di Matematica all’Università dell’Aquila, si occupa di comunicazione scientifica, didattica e inclusione.

Figli e genitori: adolescenza

Riconoscersi in un figlio adolescente significa guardarsi negli occhi di una persona in rapido cambiamento. E’ il momento in cui il tempo dei genitori e il tempo dei figli non è più accordato dallo stesso diapason: gli uni dentro al presente, gli altri tra un passato ormai ampio e un futuro di cui si inizia a scorgere (e temere) il limite. L’adolescenza dei figli sorprende, risveglia all’improvviso. I figli si trasformano, il loro corpo, bruscamente ben oltre i contorni dell’infanzia, si amplifica e risplende anche nelle disarmonie, mentre quello dei genitori, nonostante gli sforzi, si contrae, invecchia.

Quello che passa nella loro mente e nei loro cuori  appare in lontananza. Sono così evidenti e plateali nelle richieste, urgenti, e al tempo stessi trasversali e abilmente nascosti nel tentativo (spesso efficacissimo) di non essere troppo visibili agli occhi indagatori (e possessivi) degli adulti. Escono, entrano, scompaiono nella propria stanza, sfuggono veloci fuori casa e nei propri mondi, costantemente in connessione con qualcun altro, eternamente altrove, sempre più rapidi nel saper come comunicare senza essere intercettati, un passo avanti nella criptazione dei loro messaggi, tecnologicamente ben oltre le sperimentazioni adulte.

Assomigliarsi e ritrovarsi, allora, significa farlo in corsa assistendo ad una trasformazione che si riconosce solo se la si riesce a ricordare, ad ammettere che la si è già vissuta. Un tempo anche i loro genitori sono stati esattamente così, rapidi e scomposti, assorti ed estroversi, arrabbiati e innamorati, impauriti e desiderosi. Anche loro un tempo avevano la stessa pelle, lo stesso corpo irriconoscibile, lo stesso sguardo, il medesimo ritmo. Rispecchiarsi significa nonostante le contraddizioni, le contestazioni, o forse proprio grazie a tutto questo.

E quando non ci si riconosce completamente? Quando non si hanno lo stesso corpo, la stessa voce, lo stesso sguardo come accade nell’adozione? Quando una trasformazione vorticosa non corrisponde affatto e non si riconosce né quella pelle lucente, né quelle capacità improvvise, né quelle difficoltà e crisi che non si sono avute? Quando anzi tutto questo corrisponde a qualcun altro che non si si è mai incontrato? Quando tutto è accaduto tutto troppo in fretta con un figlio che non è mai stato dentro abbastanza o magari è arrivato solo pochi (troppo pochi) anni fa?  Come trovare spazio in quegli occhi che contengono altri occhi, altri orizzonti?

I ragazzi a volte diventano incomprensibili, indecifrabili e, talvolta, fanno paura. Si temono le reazioni spropositate, gli scoppi d’ira, le opposizioni che davvero accadono, che davvero spiazzano e distruggono. Non si riesce a sentire di poter mediare, contenere, fermare. E non ci sono fermate in effetti. Si può realmente avvertire il pericolo di non avere il potere di “farci nulla”, di non potere affrontare qualcosa che viene da “fuori”, come se si avesse a che fare con un’estraneità che non si conosce, comprende e accetta e quindi risulta ingestibile. Se non dipende da “noi stessi” e dalla “nostra famiglia”, se non ha a che fare con “noi genitori”, è legittimo chiedersi come sia possibile appartenersi e recuperarsi.

Si appartiene mai in adozione e a chi? E’ possibile che alla prova dei rapidi cambiamenti, legami troppo incerti, si spezzino? E’ possibile avere così tanta paura di un figlio da temere di averlo nella propria casa?

La famiglia adottiva è una famiglia affollata, poliedrica, piena di troppe dichiarazioni ufficiali e di segreti ben tenuti dove il paradigma dell’amore che accoglie e trasforma è una sorta di maschera da indossare. E si finisce poi per indossarla con troppa serietà, l’interpretazione della famiglia adottiva perfetta. I sentimenti veri sono difficili da esprimere a volte, i desideri profondi di unità, le paure di non riuscire a raggiungersi, di non sapersi realmente. Il timore di perdersi, di non riuscire a costruire un “noi” reale e duraturo, di avere un legame a tempo o frangibile davanti alla potenza di un’alterità che non si riesce a controllare, sono fin troppo negati, ma sono lì, pronti ad emergere quando i figli distruggono facciate meticolosamente costruite.

Rubare, spacciare, spaccare, fuggire, farsi e fare del male demoliscono inesorabilmente l’immagine che si voleva dare di se e della propria famiglia. E diventa facile pensare che dipenda tutto da una dimensione adottiva eternamente condannata alla mancanza e all’insoddisfazione. Sembra quasi che l’adozione autorizzi a pensare che il danno sia proprietà esclusiva dei figli, e il paradigma troppo facilmente si trasforma da quello della “famiglia perfetta” a quello della “famiglia eroica”. Qualcosa va storto a volte ed anche molto. Il problema tuttavia non è solamente ciò che accade ma come in famiglia ciò che accade può venire elaborato.

E’ possibile tenere dentro quel che capita? Il rifiuto dei figli, la loro aggressività, trasgressività, il loro dolore? E’ sempre possibile vedere come noi reagiamo realmente e che parte abbiamo in tutto quello vorremmo non accadesse? E quando si è in grave difficoltà, come  e dove cercare un aiuto? Come continuare a credere di poter essere famiglie?

Abbandonandosi alla sensazione dell’appartenenza si avverte che possa significare credere fermamente di potersi ritrovare l’uno nell’altro, anche quando si è lontani. Sentire di avere la possibilità di potersi toccare in profondità, partecipi di una zona condivisa dove si entra assieme e dove si può stare spogliati del resto, capaci di guardarsi per chi si è, non più intralciati da un altrove sconosciuto, solo presenti in quell’istante così breve in cui ci si ferma e ci si vede, non più in corsa anche per un solo istante. Allora si è semplicemente ciò che si è e si ha la possibilità di riconoscersi in un’umanità che non ha bisogno di definizioni di alcun tipo. E’ la zona che si ricerca e si trova senza mappe, che non si insegna, cui non si conduce, è interiore e non possono altri costruirla al nostro posto. Lì ci si sfiora nell’emozione, ma a volte anche nello sconcerto o nella fatica. E’ solo una zona autentica, dove si è come si è.

Lì forse si possono intercettare figli in fuga e dire che si è umani come loro e si è qui. Anche i genitori hanno amato e odiato, hanno avuto paura e tanta, anche loro hanno subìto gli adulti, le loro aspettative, le loro contraddizioni, il loro amore invadente, la loro malvagità (a volte), anche loro volevano fuggire e volevano tornare. Erano come sono loro adesso, senza che nessuna differenza, di storia, di pelle, di taglio d’occhi, possa metterlo in discussione. Sono stati anche loro ragazzi e non sapevano cosa erano la morte e il tempo e il limite. Credevano di poter conquistare il loro mondo e di sfidarlo. Vivevano anche loro attraverso i propri amici, con loro, per loro, malgrado loro e usavano in modo differente dai propri genitori ogni tecnologia. E sognavano come i figli ora sognano. Avevano valori ed erano importanti e urgenti come ora, oggi, quelli dei figli sono.

Travalicare le differenze, smettere di avere paura, potrebbe passare attraverso l’accettarsi umani e fallibili e imperfetti. I genitori come i figli, bellissimi entrambi nonostante i tempi diversi e le differenti età. Forse attraverso questo reciproco riconoscimento di umanità c’è davvero la possibilità di vedersi, e allora sì di riconoscersi, di darsi reciprocamente qualcosa che può durare. Ed è questo poco descrivibile “qualcosa” che potrebbe venire in soccorso nei momenti di maggiore disperazione, un serbatoio di contatto cui attingere, cui ricorrere per ricordare chi veramente si è, per non perdersi di vista anche quando si è in distanza.

La dimensione adottiva è allora solo una risorsa in più, non più rinchiusa dalle parole proprie del danno e del trauma, permettendo di pensare al vero significato di appartenenza, non per nascita, non per sangue, non per somiglianza ma per incontro.

 

 

Stare in contatto

Stare in contatto con il mondo dei figli significa comprendere cosa dicono riuscendo ad essere disponibili ad aprirsi a zone della loro vita che non appartengono al presente, parti che riguardano loro, il loro passato e i loro genitori di origine dove le parole non abitano perché i genitori non possono narrarla, non erano presenti, protagonisti, e non possono farsi aiutare da ricordi. Non hanno deciso di concepire i figli, non li hanno sentiti dentro, non li hanno visti nascere, non c’erano nei loro primi fondamentali momenti, non hanno potuto proteggerli. Non possono inventare a chi assomigliassero, né ricordare cosa ne dicessero zii e nonni. È un territorio in cui si può solo entrare, con tanta attenzione, attraverso il loro presente. Si può intuirlo, percepirlo, essere attenti a quanto loro fanno arrivare. Entrando con delicatezza nella loro terra di origine si entra in contatto, anche senza esserne consapevoli, con i loro genitori, con il segno che loro hanno lasciato. Significa accedere a una dimensione, solo apparentemente paradossale, dove, da genitori adottivi, si ha la possibilità di porsi in continuità tra la storia passata e quella presente.

Il passaggio dal prima al dopo non resta come frattura da non sfiorare, ma ha la possibilità di essere percepito con fluidità, se ne può parlare soprattutto, si può ricordare (quando ricordi ci sono), ci si può fermare a pensarlo e immaginarlo, non spaventa, non crea giudizi o bisogni di dare significati che non si conoscono e a volte non esistono. Assume la morbidezza del pensiero possibile e consentito permettendosi di stare in quello che forse nemmeno i figli sanno raccontare, senza bisogno di ricordi espliciti ma semplicemente perché c’è stato un tempo, una nascita, un compleanno, un evento, che vale la pena pensare assieme, e forse celebrare con loro, ora nel presente, solo perché è loro, dandogli quello che ades so gli si può dare, anche solo un regalo che allora non c’è stato.

È in momenti come questi che non si tratta di dichiarazioni da fare, piuttosto di sentire la presenza dei genitori di prima accettandone la presenza nei figli, scoprendo di non dover comprenderne la vita, di poter andare avanti senza dover misurarcisi, né ritenerli i soli detentori del segreto essere dei figli. Stare in contatto significa anche tutto questo e quindi poter accettare i messaggi dei bambini e dei ragazzi non disturbati dalla confusione di troppi pensieri prefabbricati e che non hanno a che fare con quello che sta accadendo in quell’esatto istante, perché questo è l’istante da vivere, null’altro.

Da L’adozione una risorsa inaspettata di Anna Guerrieri e Francesco Marchianò

Per insegnare occorre ascoltare

Mentre si insegna, inseguendo i propri sogni, i propri desideri, le proprie stanchezze, si crea una relazione, con la classe e con ogni singolo alunno e alunna. Si ascolta quello che i bambini raccontano e dicono di sé. Si ascolta quello che i genitori portano di se stessi e dei figli. È un rapporto emotivo impegnativo e richiede che l’insegnante sappia relazionarsi oltre che con gli alunni e i loro genitori anche con le proprie reazioni emotive, le proprie incertezze e forse anche con le proprie paure: paura delle critiche, dell’ostilità, di perdere il controllo, della sofferenza.

Riuscire a creare in classe uno spazio di pensiero sul concetto di famiglia, allargandolo alle famiglie ‘speciali’ quali sono quelle adottive, significa riconoscere a ogni bambino il diritto di sentirsi legittimato, lui e chi lo ama e lo cresce. Pensare alla famiglia come mondo del bambino, un mondo variegato, eterogeneo, sfaccettato assume il significato di creare spazio affinché ciascun bambino, ciascuna famiglia possano sentirsi visti e accolti. L’insegnante che allarga l’orizzonte e il pensiero può comprendere, può capire, può ascoltare senza giudicare. In questo tipo di relazione, dove l’uno è disponibile all’ascolto empatico e l’altro è disposto a raccontarsi con fiducia, si può costruire un’alleanza tra scuola e famiglia che sia solida base di crescita per il bambino adottato accolto in classe.

È grazie a questa alleanza tra adulti che, in classe, può crearsi il clima giusto, quello che permette di ascoltare, senza stupirsi, senza preoccuparsi eccessivamente, avendo la fiducia che dall’altra parte ci sia qualcuno che sappia ascoltare senza negare quello che diciamo.

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